Claudio Trionfera

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I fatti raccontati in Most Beautiful Island (in sala dal 16 agosto, durata 87’) vengono garantiti come veri e non c’è, visto l’andazzo di certe perversioni correnti, da sbalordirsene. C’è però di che rabbrividire e disgustarsi davanti al sordido teatro degli orrori che la madrilena Ana Asensio, fino a ieri nota soltanto come attrice, da oggi anche regista, allestisce  nella sua opera prima ambientata nella New York City che ben conosce dopo esservisi trasferita per far cinema. E che diventa, nel film, protagonista-ombra di una storia sviluppata quasi coi modi del reportage: all’interno di un racconto capace, però, di sovrapporre allo strato realistico e crudo un’intensa  elaborazione drammaturgica.

Il disagio esistenziale dell’immigrata “irregolare”

La vera protagonista, invece, si chiama Luciana (Asensio medesima) e affida alla sua bottiglia americana una sorta di messaggio autobiografico – così pare, ma non è detto che l’adesione alla realtà sia totale – legato alla sua vita newyorkese. Esperienza che, fin dall’inizio, non è certo agevole, condizionata com’è dal disagio economico ed esistenziale di immigrata irregolare (è arrivata dalla Spagna dopo aver combinato un imprecisato pasticcio), priva di assicurazione sanitaria che da quelle parti è indispensabile, costretta a sopravvivere con qualche lavoricchio casuale.

Quell'incontro fatale con una derelitta russa

Al colmo dell’indigenza e della solitudine, che in un posto come NY sono più tragiche che altrove, la donna si ritrova travestita da umiliante pollastrella all’angolo di non so quale Avenue a pubblicizzare the best roast chicken in the city; ed è là che conosce Olga (Natasha Romanova), un’altra derelitta della migrazione coatta, con la differenza che arriva dalla Russia e, a quanto pare, è un po’ più svalvolata di lei. Incontro fatale:  perché Olga, proponendole il paradiso nelle forma di un guadagno facile con un vestito nero corto e scollato da consumare in un innocuo party, la consegna in realtà all’inferno.

Nello scantinato un gioco sadico per gente depravata

Dèmoni e fiamme non ci sono, la metafora invece ci sta tutta in quella dannata città che il titolo del film prospetta in tono caustico e beffardo, più amaro che mai.  Perché il festino, infilato in un sotterraneo sepolcrale e affine all’horror più lercio sulle rive di un Hostel e di un Saw, non è propriamente innocuo, affidato alle regole di un gioco sadico per ricchi depravati che scommettono sulla sopravvivenza d’una manciata di donne disperate in cerca di denaro. E trattate come carne da macello.

Si gioca sul "vivi o muori" nella tensione penosa e potente

Il principio è quasi quello della  roulette russa. Niente pistole, tamburi rotanti e pallottole assassina, però: piuttosto enormi, pelosi e velenosissimi ragni – zac e sei spacciata in pochi istanti tra atroci sofferenze – a spasso sui corpi di quelle ragazze scaraventate nude in una bara di vetro e guai a muoversi. Chi di loro resta indenne nei due interminabili minuti segnati da una clessidra si alza e se va con duemila dollari in tasca.

Dei destini della protagonista, pure lei sottoposta alla tortura, ovviamente si tace, nei paraggi conclusivi di una storia che lo spettatore aracnofobico non gradirà molto e si costringerà ad altri pensieri deviando lo sguardo. Anch’egli tuttavia imbarcato, al pari degli altri, nel montare di una tensione penosa e potente allo stesso modo, nei tempi narrativi e nei modi di rappresentazione di un film che al raccapriccio degli eventi associa il pregio della lucida denuncia.

Voto: 3/5
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