Two Mothers, l'erotismo senza tempo di Robin Wright

Un ménage a quattro tra madri e figli, un film in bilico tra assurdità e fascino, che l'attrice americana fa diventare conturbante

Xavier Samuel e Robin Wright in "Two Mothers" (Bim Distribuzione)

Simona Santoni

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Senz'altro scomodo e destinato a dividere e a raccogliere strali, Two Mothers è l'adattamento cinematografico del romanzo breve di Doris Lessing Le nonne. Dal 17 ottobre al cinema, presenta una storia difficile da raccontare, che proprio per questo ha attratto la regista francese Anne Fontaine, già dietro la macchina da presa di Coco avant Chanel (2009) e Il mio migliore incubo! (2011). 

Protagoniste due donne, carissime amiche sin dall'infanzia, coi loro due figli: eccole là, in una stupenda baia australiana, tra onde capaci di far venire voglia di surfare anche al più pigro degli imbranati e scenari naturali da Eden. Le due donne sono così unite, i loro colori così simili, tutte e due bionde, tutte e due con gli occhi chiari, le risate all'unisono, teneri abbracci, complicità. Passano gli anni e loro sempre lì, non più bambine ma madri, con due figli che sembrano "giovani dei". "Ma li abbiamo fatti noi?" chiede Roz, la più determinata delle due, all'amica Lil, mentre ammirano i loro fisici scolpiti destreggiarsi tra le onde. Anche Tom (James Frecheville) e Ian (Xavier Samuel), i rispettivi figli, stanno sempre insieme, tra birre e tavole da surf, anche loro così vicini e quasi fratelli. In un crescendo erotico che cammina sempre sul crinale del ridicolo, senza mai affondarci dentro, ecco che scocca il quasi incesto, in un "ménage à quatre" a cui il cinema ancora non ci aveva abituato. Roz e Ian, Lil e Tom, madre e figlio dell'altra, avvinti da un'attrazione a cui i quattro si abbandonano amenamente. 

Roz e Lil, le due "tardone" che si inebriano delle braccia vigorose e solide dei due ragazzini, sono le dive americane Robin Wright e Naomi Watts, ed ecco allora che i dubbi sulla plausibilità di un simile quartetto amoroso evaporano. Le due hanno rispettivamente 47 e 45 anni e sono ancora di uno charme assoluto. Soprattutto Robin è tuttora di una bellezza sconvolgente. La cinepresa si sforza di mostrare i segni dell'età, di accentuare rughe e contorno occhi arrossato, ma lei farebbe sparire al suo cospetto ogni ventenne di fresche forme. Fontaine ha avuto subito in mente Watts per il ruolo di Lil, mentre ha indugiato molto prima di scegliere la sua Roz. La prima a suggerirle Robin Wright è stata Julianne Moore e mai scelta è stata più vincente: l'ex Kelly Capwell della soap opera anni '80 Santa Barbara ha alle spalle ruoli soprattutto dolciastri, da vittima malinconica; qui invece la vediamo in qualcosa di diverso, è lei la leader, è lei che decide, che affronta, che si espone, ed è lei a tenere alto il livello della sensualità senza la quale il film si accartoccerebbe inevitabilmente su se stesso. 

"Non scelga attrici troppo vecchie! Il lato sensuale della storia rischierebbe di cadere nel sordido" è stato il suggerimento di Lessing alla regista. La saggia Doris ha ben consigliato. È la bellezza - degli attori, del paesaggio, dello stile di vita narrato, dei colori della fotografia - il fil rouge che permette a una storia in bilico tra assurdità e fascino di propendere più spesso verso il fascino, facendo a lungo dimenticare il poco approfondimento dei personaggi e la stranezza della claustrofobica esistenza a quattro. Se le attrici fossero state Kathy Bates e Sally Field e i giovani invece di due Big Jim da passerella Michael Cera e Jay Baruchel, certo che il dramma conturbante sarebbe diventato commedia turbante. 
È ormai "normale" e accettato vedere donzelle profumate di gioventù a braccetto con sessantenni interessanti, eppure la scena contraria (toy boy e vecchia zia) suona ancora così stridente nel nostro immaginario (anche perché è più frequente che la natura maschile sia attratta da corpi sodi piuttosto che da menti seducenti). 

Come in un gioco di specchi, la situazione abbastanza classica di una donna che va a letto con il figlio della sua migliore amica in Two Mothers si sdoppia. Tutto è moltiplicato per due, in una continua volontà replicante dei personaggi coinvolti. Se è di indubbio erotismo il primo bacio tra Roz e Ian, in un lento balletto tra desiderio, impulso di lei di ritrarsi, sgomento e piacere, sono invece meno seducenti e più costruiti gli avvicinamenti tra Lil e Tom, dei cloni mal riusciti. Intanto vibra un sotteso amore lesbico tra le madri, che le due esaudiscono indirettamente riempiendosi dei baci del figlio dell'altra. Una latente omosessualità c'è pure tra i due figli, che si scortano, litigano violentemente, si feriscono, si "copiano". 

Accanto ad Adoni imberbi, le due donne intanto fanno i conti con l'età, con la loro immagine che invecchia allo specchio. Poche parole, alcune scene significative: Naomi Watts che si guarda riflessa, Robin Wright Venere senza veli consapevole che la nudità sarà presto una sua debolezza. Ecco così che Anne Fontaine, cinquantaquattrenne, innalza uno studio sulla femminilità, abbozzato e incompiuto, ma intrigante nelle poche pennellate.

Siccome la vita rimescola le carte, presto la confortante apparenza di buoni madri tornerà ad avere la meglio e Roz e Lil diventeranno brave nonne, al seguito di nuore e nipotine (anche queste di stessa età, entrambe capelli lunghi, da perfette replicanti). Qui si chiude il quasi rassicurante finale di Two Mothers, versione italiana. Nella versione originale, che dura una decina di minuti in più, l'idea di famiglia classica viene ancora una volta spazzata al vento e strapazzata. In Italia è stato inaspettatamente deciso di recidere, con beneplacito di regista e produzione.  

Sulla chiatta di legno dondolante nell'acqua blu magnetico prendono il sole i quattro protagonisti, spiati da una ripresa dall'alto. Su quell'immagine di avvenenza estatica e calma si chiude ogni perplessità di trama (da qualcuno definita trash o vuota). Il lirismo visivo canta.

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