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Il Mondiale di Trump (e Infantino) sarà il peggiore della storia?

Il Mondiale di Trump (e Infantino) sarà il peggiore della storia?

La lunga vigilia del via della Coppa del Mondo sta mostrando tutte le criticità della convivenza con la situazione geopolitica e le scelte della Fifa e della Casa Bianca. Nonostante mesi di promesse da parte di Infantino…

Certo, c’è stato il Mondiale dei generali argentini nel ’78 con la vergogna dei detenuti politici silenziati a due passi dai luoghi dove il pallone correva. E anche prima non è che la Coppa del Mondo se la sia sempre passata bene, dovendo spesso fare i conti con i compromessi dovuti all’idea di viaggiare per tutto il globo sposando climi, culture e abitudini differenti. Tutto vero, però il Mondiale che parte a Città del Messico e che si concluderà il 19 luglio a New York minaccia di entrare nel libro della storia del calcio dalla parte sbagliata.

Mesi di trattative e rassicurazioni, promesse e photo opportunity, premi per la pace inventati di sana pianta e garanzie durante lo spazio di qualche giorno: tutto frantumato dall’approccio degli Stati Uniti alla grande kermesse pallonara che ha convinto un giornale letto e rispettato in tutto il mondo come il francese L’Equipe a disegnare una prima pagina senza appello: Trump con in mano la coppa da una parte e il fantoccio di Infantino dall’altra, un agente delle temute forze dell’ordine statunitensi e l’arbitro somalo rispedito a casa a fare da contorno. Titolo: Welcome to the Usa. Svolgimento: le politiche migratorie della Casa Bianca hanno danneggiato le promesse di universalità della Fifa.

Il Mondiale di Trump (e Infantino) sarà il peggiore della storia?

Quello che va a iniziare sarà il peggiore Mondiale mai visto? La domanda è legittima, in attesa che si cominci a giocare a calcio e in attesa che Infantino a metà luglio pronunci la frase già detta in Qatar nel 2022, altra edizione fortemente contestata, e per la quale non sono previste quote di scommessa: “E’ stato il Mondiale migliore di sempre”.

Non sta funzionando quasi nulla in questa febbrile fase di avvicinamento al debutto dello stadio Atzeca di Città del Messico con i padroni di casa e il Sudafrica in campo. La storia dell’arbitro somalo Omar Artan, miglior fischietto africano nel 2025, trattenuto e interrogato per ore in una stanza dell’aeroporto di Miami e poi rispedito a casa ha fatto il giro del mondo. Ufficiosamente è stato punito per il timore di legami con associazioni terroristiche del suo paese che è nella black list americana, ma a colpire è la mancanza di reazione da parte della Fifa che si è adeguata al provvedimento passando sopra al concetto base che chi ospita una grande manifestazione sportiva deve garantirne l’integrità. E l’integrità passa attraverso la possibilità per le nazionali che si sono qualificate e per i migliori giocatori, allenatori, dirigenti e ufficiali selezionati, di prendervi parte. Negli Stati Uniti del 2026 semplicemente questa cosa non è possibile.

Visti sono stati negati a parte della delegazione dell’Iran che nelle settimane precedenti era stata nemmeno troppo velatamente invitata dalla Casa Bianca a non presentarsi e che per esserci ha dovuto accettare un protocollo inaccettabile: spostamento in Messico, viaggi nelle città delle partite (tutte negli States) di poche ore e senza troppi contatti come se in presenza di delinquenti acclarati. La Fifa? In silenzio.

Non pare essere andata meglio a un numero imprecisato di tifosi cui è stato revocato in extremis il biglietto regolarmente acquistato. La ragione? La Fifa aveva destinato una percentuale di tagliandi a prezzo calmierato per l’Iran salvo scoprire all’ultimo di non aver mai avuto l’autorizzazione a venderli per le solite vicende. Non si hanno notizie di prese di posizione da parte di Zurigo che, secondo quanto scrive la stampa anglosassone, è invece alle prese con il rischio di presentare impianti semi vuoti in molte delle partite del Mondiale extralarge.

Nelle ore precedenti il via, infatti, la Fifa ha rimesso in vendita quasi 180.000 biglietti rimasti non acquistati per la sola fase a gironi. Invenduti anche per i prezzi altissimi in origine e che da un po’ vengono ribassati seguendo la logica del prezzo dinamico che può essere utile per chi vive negli States, meno per chi avrebbe dovuto programmare il viaggio con tutte le incertezze logistiche e burocratiche che la situazione geopolitica e di politica interna propone.

A proposito di biglietti, impazzano le polemiche di chi ha comprato per tempo il suo accesso in categorie “nobili” e si è visto spostare in settori meno pregiati, pur avendo sborsato migliaia di dollari che pare essere il taglio medio per le gare più interessanti compresa la finale del 19 luglio al MetLife Stadium di New York. Roba da ricchi con tanti saluti al calcio del popolo e della passione di tifoserie, quelle che saranno arrivate sin lì, che si saranno dovute svenare per seguire le gesta delle proprie nazionali in un’edizione del Mondiale che di extralarge non ha solo il numero di partecipanti, ma anche le distanze tra una città e l’altra e tra una nazione e l’altra.

Per chiudere le immagini delle perquisizioni cui sono stati sottoposti i membri di alcune delegazioni (l’Uzbekistan di Cannavaro ad esempio) e i racconti che si moltiplicano di chi denuncia un clima tutt’altro che accogliente una volta messo faticosamente piede negli Stati Uniti. Clima che sarà centro di discussioni anche per le questioni meteo: un anno fa il Mondiale per Club ha mostrato al mondo quanto siano rigidi i protocolli di sicurezza in caso di rischio (non solo presenza) di forti perturbazioni: partite interrotte all’improvviso, lunghe attese, zero flessibilità.

Lo scorso 31 agosto 2025 Infantino aveva dichiarato al mondo che tutti sarebbero stati “i benvenuti in Canada, Messico e Stati Uniti” e che il processo di ingresso per seguire il Mondiale sarebbe stato “agevole” per garantire che “coloro che si qualificheranno possano venire con i loro tifosi”. Oggi difficilmente potrebbe ripetere le stesse parole.

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