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Sigfrido Ranucci, le zone d’ombra iniziano a essere troppe, spieghi o si faccia da parte

Sigfrido Ranucci, le zone d’ombra iniziano a essere troppe, spieghi o si faccia da parte
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Le relazioni con le fonti e le pesanti accuse alla tv pubblica: perché le recenti rivelazioni su Ranucci diventano un caso politico e mediatico.

Gli amici no: se non ti va di frequentare una persona, non sei obbligato a farlo. Dunque si desume che i compagni di cui ti circondi siano a te graditi e, non essendoci vincoli familiari, che tu li abbia scelti per alcune caratteristiche che vanno dalla simpatia, alla correttezza, all’intelligenza eccetera. Fatta questa debita premessa, da giorni mi domando che cosa abbia indotto Sigfrido Ranucci a frequentare Valter Lavitola fino a definirlo un amico vero. E allo stesso tempo quale sia la ragione che lo ha spinto a intrattenere cordialissimi rapporti con Maria Rosaria Boccia, la femme fatale che ha portato alle dimissioni di Gennaro Sangiuliano da ministro della Cultura. Da ieri, poi, mi chiedo perché un giornalista esperto come il conduttore di Report si sia lasciato andare con Valentina Pelliccia a una serie di confidenze molto gravi, come quelle che ieri ha pubblicato La Verità. Ovviamente mi è ben chiaro che a volte, per coltivare una fonte, si superano i confini che dovrebbero delimitare il rapporto fra giornalista e intervistato. E dunque l’informatore diventa qualche cosa di più di un soggetto a conoscenza dei fatti e disposto a rivelarli se attentamente sollecitato e blandito. Quindi il cronista si spinge un po’ più in là e non si limita a fare domande e registrare risposte, ma invita a cena la gola profonda, la rivede in qualche occasione privata, magari diventa pure una specie di suo confessore, per consigliarla e indirizzarla. Se però il rapporto è rovesciato, ed è la fonte a raccogliere le confessioni, ad ascoltare questioni riservate che attengono alla professione del giornalista o a entrare nella vita privata dell’inchiestista, c’è qualcosa di profondamente anomalo, che fa riflettere sulla linearità di uno dei conduttori tv più conosciuti.

Già si sa dei rapporti con Lavitola, uomo che negli anni passati ha legato il suo nome a una serie di faccende assai torbide, per poi finire condannato per estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, accusato di avere indebitamente percepito denaro pubblico e pure di aver partecipato alla compravendita di alcuni parlamentari. Si può diventare amico fraterno di un tipo simile? Ovviamente sì, ma poi non ci si deve stupire se si incappa in un incidente inquietante, con lo stesso Lavitola accusato non solo di aver coltivato un progetto per lanciare nel mondo politico la candidatura di Ranucci, ma pure di essere il mandante di un attentato che avrebbe dovuto far salire le quotazioni del conduttore di Report, trasformandolo in una specie di martire contro i poteri forti. Si possono intrattenere relazioni con una figura assai discussa come la Boccia, accusata di stalking nei confronti di un ministro e della di lui consorte oltre che di aver falsificato alcuni suoi attestati universitari? Certo che si possono intrattenere rapporti con la signora accusata di aver sfregiato il cranio di Sangiuliano, anche perché la suddetta non ha la peste né nei suoi confronti è stato emesso un divieto di soggiorno nella capitale.

Il cortocircuito deontologico tra informatore e inchiestista

Tuttavia, poi non ci si può stupire se qualcuno si interroga sulla separazione che si deve mantenere fra cronista e fonte. E che dire dell’ultimo caso che ha coinvolto il collega, ovvero gli audio mandati a una giornalista in cui Ranucci parla malissimo della propria azienda, ovvero della Rai? Attenzione, il conduttore di Report non critica alcune scelte della tv di Stato, cosa ovviamente consentita. No, il giornalista dice che le reti pubbliche sono zeppe di mafiosi e massoni. Non so che cosa induca un collega non alle prime armi a lanciare gravi accuse, ma chi esprime pesanti giudizi a proposito della televisione per cui lavora dovrebbe poi essere in grado di provarli e, soprattutto di fare nomi e cognomi. Quella inviata a Valentina Pelliccia e da questa inoltrata a un nostro giornalista non è una conversazione privata, perché chiunque registra un audio e lo invia a qualcuno sa che quelle parole non sono destinate a rimanere riservate, ma possono essere riprodotte e diffuse.

Le accuse alla tv pubblica e l’esigenza di chiarezza

Non so quali rapporti leghino Ranucci a Pelliccia, se una semplice conoscenza o un’amicizia. Mi importa poco e non mi interessano neanche le frequentazioni del collega che in un suo libro parla con una certa disinvoltura di relazioni intime con stagiste. Affari suoi. Di sicuro però non sono faccende private le accuse nei confronti della Rai, trattata alla stregua di un covo di personaggi equivoci, che intrattengono contatti con mafia e massoneria. Non so quali elementi abbia Ranucci per sostenere tutto ciò, ma pare evidente che le confidenze all’amica ora sono una questione pubblica su cui è urgente andare fino in fondo. Ranucci non può lanciare il sasso, anzi un macigno, e nascondere la mano. Ora ci dica con chi ce l’ha e se non ha intenzione di farlo si faccia da parte: le zone d’ombra cominciano a essere troppe.

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