Si parte, ma non tutto è in ordine. Anzi. Il mondiale ospitato da Stati Uniti, Canada, Messico prende il via in mezzo a discussioni e polemiche, con dossier delicatissimi aperti e immerso in una situazione geopolitica che sta pesando non poco anche sulla sua organizzazione.
Dopo mesi di incontri, promesse e rassicurazioni è arrivato il momento della verità e in quel momento, almeno ha una manciata di ore dal fischio di inizio, si è avuta la certezza dell’impossibilità di superare alcune criticità. Premi, visti, sicurezza, costo dei biglietti e infortuni: se sarà successo o meno si capirà tra un mese, ma già oggi si può dire che il Mondiale 2026 si candida ad essere uno dei più complessi della storia del calcio.
Il caso diplomatico che ha agitato l’immediata vigilia è quello che riguarda la concessione dei visti alla delegazione della nazionale dell’Iran, già costretta a traslocare a forza dagli Stati Uniti al Messico. Visti negati ad almeno una dozzina di membri, compreso il presidente della federazione calcistica, per decisione del governo Trump che ha messo sulla lista delle organizzazioni terroristiche alcune delle realtà con cui queste persone si sono confrontate.
Per evitare lo smacco della mancata partecipazione iraniana, la Fifa ha dovuto fare i salti mortali. I giocatori e lo staff alloggeranno in Messico, al confine con gli Stati Uniti, e si sposteranno nelle sedi delle tre partite del girone soltanto per una manciata di ore cercando di limitare al minimo i contatti con il mondo esterno. Non il massimo a livello di immagine e nemmeno di regolarità della competizione.
Sotto accusa anche il sistema di vendita dei biglietti per le partite, in alcuni casi (nemmeno isolati) schizzati a decine di migliaia di dollari. L’ultima frontiera è stata la minaccia di sciopero degli addetti alla ristorazione a Los Angeles, ma nel complesso è possibile che una parte dei maxi impianti che ospiteranno le oltre 100 partite presenti significativi spazi vuoti. Non una sorpresa per chi ha vissuto la scorsa estate la prima edizione del Mondiale per Club allargato giocato in alcuni casi in vera e proprie cattedrali del deserto.
Di sicuro il Mondiale è un business estremo per la Fifa, finita nel mirino di tanti (compreso il sindacato mondiale dei calciatori) anche per il riutilizzo dei ricavi derivati dalla manifestazione nordamericana. Secondo quanto ricostruito dal Financial Times, Zurigo prevede di fatturare 13 miliardi di dollari nel quadriennio di cui poco meno di 9 nel mese del mondiale: la voce maggiore i 4 miliardi di dollari da diritti tv. Una parte, secondo gli accusatori, non sarebbe rimessa nel circuito del calcio ma tenute dalla FIFA per ricostituire le proprie riserve finanziarie.
Intanto le squadre stanno volando negli Stati Uniti e sono alle prese con le fatiche del finale di una stagione che è stata massacrante dal punto di vista fisico. L’elenco di chi si è dovuto chiamare fuori per infortunio si sta allungando, gettando un’ulteriore ombra su calendari che ormai ignorano il rispetto dei protagonisti: i calciatori. Per mesi Gianni Infantino, numero uno della Fifa, ha tessuto la sua tela con il rappresentante dei club e dei giocatori ma alla vigilia del via del Mondiale sembra che di questa opera di mediazione sia rimasto ben poco.
