Non servono necessariamente una troupe numerosa, telecamere ingombranti o un set costruito per raccontare una storia capace di arrivare molto vicino alle persone. A volte, perché la realtà possa emergere senza irrigidirsi davanti all’obiettivo, la tecnologia deve quasi scomparire.
È ciò che accade in La Condizione del Gambero, cortometraggio documentaristico diretto dai giovani registi italiani Davide Piras e Giammarco Boscariol e girato interamente con due iPhone 15 Pro Max. Al centro del progetto non c’è però l’esperimento tecnico, né la volontà di dimostrare che uno smartphone possa semplicemente sostituire una macchina da presa. Ci sono le vite di Morgan, Samu, Andy, Aziz e Willy, ragazzi sospesi tra passato e futuro, tra scelte difficili, desideri ancora incompiuti e la ricerca di un’identità e di un posto nel mondo.
La Condizione del Gambero è un documentario nato dall’incontro tra Sugar Play, società di produzione audiovisiva, i due registi italiani Davide Piras e Giammarco Boscariol, lo studio creativo The Hills e Kayros, comunità del quartiere Lambrate di Milano che accoglie minori e uomini segnalati dal tribunale per i minorenni, dai servizi sociali e dalle forze dell’ordine.
Fondata nel 2000 su iniziativa di don Claudio Burgio, Kayros promuove percorsi di reinserimento sociale autonomo e responsabile, individuando nella qualità delle relazioni una delle risorse fondamentali dell’intervento educativo.
Dalla musica alle storie dei ragazzi
La scintilla iniziale del progetto è arrivata dalla musica. Alcuni dei ragazzi di Kayros erano aspiranti artisti, scrivevano testi e incidevano i propri brani utilizzando la musica come forma di espressione personale e come spazio nel quale dare voce a esperienze, paure e desideri.
La musica rappresentava quindi il punto di partenza più naturale. Il progetto è nato insieme a Sugar Play, realtà del gruppo Sugar che conosceva già Kayros e aveva sostenuto la creazione di uno studio di registrazione all’interno del centro.
Frequentando la comunità, tuttavia, Piras e Boscariol hanno scoperto che dietro i brani e le ambizioni artistiche si trovavano storie molto più ampie. Il progetto ha così progressivamente cambiato direzione. L’attenzione si è spostata dalla musica alle persone, dai percorsi artistici alle loro vite, alle conseguenze delle scelte compiute e alla difficoltà di immaginare ciò che verrà dopo.
Attraverso le storie di Morgan, Samu, Andy, Aziz e Willy, il documentario accompagna lo spettatore all’interno della quotidianità di giovani che vivono una condizione di passaggio. Non sono più soltanto legati al proprio passato, ma non hanno ancora raggiunto il futuro verso il quale cercano di muoversi.
È proprio da questa sensazione di avanzamento difficile che nasce il titolo. Il gambero, nell’immaginario comune, è l’animale che sembra procedere all’indietro. La condizione evocata dal film è quella di chi prova ad andare avanti, ma continua a misurarsi con qualcosa che lo trattiene, con errori, aspettative e possibilità che non seguono mai una traiettoria lineare.
Sei mesi per costruire un rapporto
Prima dell’inizio delle riprese, i due registi hanno trascorso sei mesi insieme ai ragazzi di Kayros. Un tempo necessario per entrare realmente nel loro mondo, conoscerli e superare la distanza inevitabile che si crea tra chi racconta e chi viene raccontato.
Non si è trattato soltanto di preparare il film, ma di costruire un rapporto di fiducia e amicizia. È proprio questa vicinanza a rendere possibile una narrazione profondamente immersiva, nella quale la presenza della macchina da presa non sembra interrompere o alterare continuamente ciò che accade.
Il film osserva i protagonisti senza trasformarli in simboli e senza forzare le loro storie dentro una struttura edificante. Non cerca una redenzione spettacolare, né una conclusione rassicurante. Mostra piuttosto una quotidianità fatta di conversazioni, attese, silenzi, contraddizioni e desideri.
In questo modo, La Condizione del Gambero restituisce umanità e complessità a un contesto che viene spesso raccontato attraverso categorie rigide e stereotipi. I ragazzi non vengono rappresentati soltanto attraverso i percorsi difficili dai quali provengono. A emergere sono anche le aspirazioni, l’ironia, i rapporti personali e il modo in cui ciascuno di loro prova a costruire una propria immagine del futuro.
Perché girare tutto con due iPhone 15 Pro Max
Girare La Condizione del Gambero interamente con due iPhone 15 Pro Max non è stato un semplice esercizio tecnologico, né il tentativo di dimostrare che uno smartphone possa prendere il posto di una macchina da presa tradizionale. La scelta del dispositivo è nata prima di tutto dalle esigenze del racconto: entrare nella quotidianità dei ragazzi con discrezione, seguirne i movimenti e le conversazioni senza trasformare ogni momento in una scena costruita e senza imporre la presenza ingombrante di una troupe.
In un documentario fondato sulla fiducia e sull’osservazione, anche le dimensioni dello strumento di ripresa possono modificare il comportamento di chi si trova davanti all’obiettivo. Telecamere, luci, microfoni esterni e supporti tecnici rischiano di creare una distanza immediata, ricordando continuamente ai protagonisti di essere osservati.
Un iPhone, al contrario, è un oggetto ormai perfettamente integrato nella vita quotidiana, familiare e meno intimidatorio. Ha consentito ai registi di avvicinarsi ai ragazzi senza interrompere il ritmo naturale delle loro giornate e senza trasformare gli spazi della comunità in un set cinematografico.
«iPhone ci ha permesso di mimetizzarci nella vita quotidiana e nell’ambiente dei protagonisti in modo discreto, di restare vicino al tessuto delle loro giornate», hanno spiegato Davide Piras e Giammarco Boscariol.
La tecnologia diventa così una presenza quasi invisibile. Non cerca di imporsi sul contenuto, ma si adatta alle persone e agli ambienti attraversati dalla narrazione.
I due registi conoscevano già le potenzialità del dispositivo, avendolo utilizzato e sperimentato in alcuni lavori precedenti.
«Da anni siamo affascinati dal look che iPhone restituisce alle immagini», hanno raccontato. «Ne amiamo da sempre, oltre all’estetica, la qualità visiva, la versatilità e le possibilità che apre dal punto di vista creativo. Per queste ragioni, ci è sembrata la scelta più coerente con il nostro modo di lavorare».
Per il cortometraggio sono state sfruttate le tre ottiche principali dei due iPhone 15 Pro Max, che hanno permesso di passare rapidamente da campi più ampi a inquadrature ravvicinate, seguendo i protagonisti senza dover interrompere continuamente le riprese per cambiare attrezzatura.
La maneggevolezza dello smartphone ha reso possibile lavorare anche in spazi ristretti, avvicinarsi ai volti e trovare punti di osservazione che, con strumenti più voluminosi, sarebbero stati più difficili da raggiungere o avrebbero richiesto una preparazione maggiore.
Piras e Boscariol hanno scelto inoltre di non utilizzare particolari supporti esterni, né per le immagini né per l’audio. La stabilizzazione video e i microfoni integrati sono stati impiegati per preservare una modalità di lavoro essenziale e immediata, permettendo ai registi di reagire rapidamente a ciò che accadeva davanti a loro.
«Abbiamo sfruttato al massimo le tre ottiche principali, senza particolari supporti esterni, né per le riprese né per l’audio, grazie alla qualità della stabilizzazione video e dei microfoni», hanno spiegato. «Ci ha permesso di mantenere una totale libertà creativa, senza alcun compromesso di carattere formale o produttivo».
Quella libertà ha consentito anche di sperimentare maggiormente con le inquadrature.
«Abbiamo trovato punti di vista particolari che, con strumenti più tradizionali, sarebbero stati più complessi da realizzare. Tra angolazioni inedite e close-up sui volti, anche queste scelte, consentite dall’adattabilità e dalla maneggevolezza del dispositivo, hanno contribuito a dare forza e valore al racconto dei protagonisti».
Il formato leggero ha permesso alla macchina da presa di muoversi insieme ai ragazzi, invece di aspettare che fossero loro ad adattarsi alle esigenze della produzione. Ne deriva una fotografia molto vicina ai corpi e alle espressioni, capace di soffermarsi sui silenzi, sui gesti e sui dettagli apparentemente minimi che compongono la quotidianità.
In questo senso, lo smartphone non è soltanto il mezzo con cui il documentario è stato girato. Diventa parte del metodo adottato dai due autori. La possibilità di iniziare rapidamente una ripresa, cambiare posizione e restare vicini ai protagonisti ha favorito una narrazione più spontanea e osservativa.
La scelta del dispositivo, però, non avrebbe avuto lo stesso valore senza il lavoro svolto nei mesi precedenti. La tecnologia può ridurre la distanza fisica tra chi riprende e chi viene ripreso, ma non può costruire da sola un rapporto di fiducia. Sono stati soprattutto i sei mesi trascorsi a Kayros a rendere possibile la naturalezza delle immagini.
È proprio nell’equilibrio tra preparazione umana e agilità tecnologica che si trova uno degli aspetti più interessanti del film. Lo strumento amplia le possibilità del racconto, ma non pretende mai di sostituirsi ad esso. La tecnologia funziona perché sceglie di fare un passo indietro.
Il bianco e nero per mettere al centro i volti
Anche la scelta di girare in bianco e nero rafforza l’impostazione del progetto. L’assenza del colore concentra l’attenzione sui volti, sulle espressioni e sui rapporti tra i protagonisti, sottraendo le loro storie a una rappresentazione troppo legata a un luogo o a un momento specifico.
Il bianco e nero conferisce inoltre una maggiore universalità alle vicende raccontate. Non trasforma i ragazzi in figure astratte, ma elimina alcuni elementi di distrazione e lascia emergere con più forza emozioni, gesti e silenzi.
L’equilibrio tra ricerca estetica e volontà di preservare la veridicità del racconto è stato centrale. Il risultato è un reportage intimo, diretto e visivamente suggestivo, nel quale le scelte formali non coprono la realtà, ma cercano di avvicinarsi ad essa senza invaderla.
La tecnologia che sceglie di non farsi vedere
Negli ultimi anni i film girati con smartphone hanno spesso attirato l’attenzione soprattutto per la novità del mezzo utilizzato. Nel caso di La Condizione del Gambero, il paradosso è che la tecnologia funziona meglio proprio quando smette di essere il centro del racconto.
L’iPhone 15 Pro Max permette ai registi di avvicinarsi, muoversi rapidamente e trovare angolazioni meno convenzionali. Ma l’obiettivo non è esibire le potenzialità del dispositivo. È permettere allo spettatore di entrare nelle giornate dei protagonisti senza percepire continuamente la presenza di un apparato produttivo.
Il film evita così tanto la retorica della redenzione quanto quella dei “ragazzi difficili”. Non nasconde gli errori o le conseguenze delle scelte compiute, ma lascia spazio anche alle aspirazioni, all’ironia, alle relazioni e alla fatica di immaginare un posto nel mondo.
In questo racconto la tecnologia rimane al servizio delle persone. Non diventa una barriera e non cerca di attirare lo sguardo su di sé. È uno strumento che consente di osservare più da vicino, lasciando che siano Morgan, Samu, Andy, Aziz e Willy a occupare davvero il centro dell’inquadratura.
Dallo Sheffield DocFest al Lucania Film Festival
La Condizione del Gambero è stato selezionato per la partecipazione allo Sheffield DocFest, uno dei principali festival internazionali del Regno Unito dedicati al cinema documentario.
Il cortometraggio è inoltre entrato nella selezione ufficiale della ventisettesima edizione del Lucania Film Festival, in programma a Pisticci, in provincia di Matera, dal 2 al 9 agosto.
Due riconoscimenti che permettono alle storie dei ragazzi di Kayros di uscire dagli spazi della comunità e raggiungere un pubblico più ampio, senza trasformarle in un caso sociale o in una dimostrazione tecnologica.
Il risultato è un piccolo film sulla distanza che separa una persona dal proprio futuro, sulle difficoltà che possono riportarla indietro e su ciò che può accadere quando, invece di osservarla da fuori, qualcuno decide di fermarsi abbastanza a lungo da ascoltarla.
