Nelle fredde acque oceaniche il fondale marino potrebbe presto ospitare un nuovo inquilino. No, nessuna strana specie acquatica, bensì cluster di server che custodiscono milioni di terabyte in memoria digitale, lontani dai radar terrestri e dai sabotaggi aerei, parliamo dei data center.
Quella dell’aumento della capacità di elaborazione, archiviazione e trasmissione di dati è, senza esagerazioni, una delle principali preoccupazioni di governi e giganti del big tech.
Gli investimenti nel settore si contano ormai in bilioni (migliaia di miliardi), anche perché l’intero settore dell’intelligenza artificiale dipende da essi per l’addestramento dei modelli e l’archiviazione dei dati.
C’è solo un problema, i costi dei data center sono davvero esorbitanti, arrivando anche a centinaia di milioni, mentre il consumo di energia è ingentissimo, sia per il funzionamento che per il raffreddamento dell’infrastruttura, con questi ultimi che, da soli, possono rappresentare fino al 50% dell’energia consumata.
Data Center subacquei?
Proprio pensando a queste complicazioni, ovvero quella del raffreddamento e dei suoi costi esorbitanti, lo scorso autunno la Cina ha inaugurato il primo “data center subacqueo”, immerso a trentacinque metri di profondità al largo di Shanghai.
Il progetto cinese mira ad abbattere quello che in gergo tecnico viene definito il Power Usage Effectiveness (PUE), ovvero l’indice che misura l’efficienza energetica di una struttura digitale.
Mentre un data center tradizionale deve lottare contro il calore generato da migliaia di processori utilizzando complessi e costosi impianti di condizionamento, la struttura subacquea sfrutta l’oceano come un gigantesco radiatore naturale.
Questo meccanismo permette di ridurre la domanda energetica per il raffreddamento a meno del 10% del totale, portando il PUE a un valore record di 1,15. Alimentato da parchi eolici offshore, il sito di Shanghai può ospitare migliaia di server senza consumare acqua dolce o occupare prezioso suolo terrestre, eliminando al contempo l’inquinamento acustico tipico delle strutture urbane.
Il progetto di Microsoft
Ci sono però anche dei lati negativi. Prima della Cina, infatti, il pioniere della “nuvola sommersa” è stato il Project Natick di Microsoft.
Avviato concettualmente nel 2013, il progetto ha raggiunto l’apice nel 2018 con l’immersione di un cilindro d’acciaio contenente 855 server a 35 metri di profondità al largo delle isole Orcadi, in Scozia.
I risultati furono incoraggianti, con i server subacquei che mostrarono un tasso di guasto otto volte inferiore rispetto alle controparti terrestri. Il segreto risiedeva nell’atmosfera interna di azoto secco, priva di ossigeno corrosivo e umidità, e nella totale assenza di vibrazioni o urti dovuti all’intervento umano.
Tuttavia, nel 2024, Microsoft ha deciso ufficialmente di archiviare il progetto. La motivazione principale è stata la rigidità operativa, perché in un settore dove l’hardware invecchia in pochi anni una struttura sigillata e inaccessibile sul fondo del mare rende molto difficile effettuare aggiornamenti rapidi o manutenzioni mirate.
L’alternativa italiana nelle Dolomiti
Ma non bisogna guardare solo ai fondali marini. Perché una delle soluzioni più innovative, l’italiana Intacture, invece degli abissi ha scelto le viscere delle Dolomiti.
Situato nella miniera di San Romedio in Trentino, il progetto è il primo data center al mondo ospitato all’interno di una miniera attiva.
La rivoluzione risiede nello sfruttamento della roccia dolomitica, che a oltre 100 metri di profondità e con una temperatura costante di 12°C garantisce un raffreddamento passivo naturale.
Questo permette un risparmio energetico fino al 40% rispetto ai data center tradizionali di terraferma, eliminando al contempo il consumo di acqua di raffreddamento e riducendo drasticamente l’impronta di carbonio.
Con un investimento di oltre 50 milioni di euro, sostenuto dal PNRR, Intacture offre inoltre una protezione totale da rischi sismici e dagli impulsi elettromagnetici. Un ulteriore plus che, vista l’importanza strategica delle infrastrutture digitali, non può che fare comodo.
Se l’importanza dei data center non viene ormai più messa in dubbio, la vera sfida è ora quella di rendere i costi più contenuti e il consumo energetico ridotto. Fondali marini e roccia dolomitica sembrano essere un’ardita e innovativa soluzione.
