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Garlasco, perché il caso non si è mai chiuso davvero. Spunta l’ipotesi di più persone coinvolte

Garlasco, perché il caso non si è mai chiuso davvero. Spunta l’ipotesi di più persone coinvolte

Il 2026 si apre nello stesso modo in cui si era chiuso il 2025: con il delitto di Garlasco di nuovo al centro del dibattito pubblico e giudiziario. A distanza di diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, quello che per molto tempo è stato considerato un caso definitivamente chiuso continua invece a produrre interrogativi, alimentati da nuove indagini, riletture forensi e un’attenzione mediatica che non accenna a diminuire.

Il punto non è tanto la riapertura formale del processo quanto il fatto che, sul piano investigativo, si stia progressivamente consolidando un’ipotesi che mette in discussione la ricostruzione originaria: quella di un possibile coinvolgimento di più persone nella dinamica del delitto.

L’ipotesi del concorso e il ritorno delle indagini

Il passaggio più delicato riguarda la nuova indagine per concorso in omicidio che vede nuovamente indagato Andrea Sempio, già in passato finito sotto la lente degli inquirenti e poi archiviato. Un ritorno che ha un peso specifico rilevante, perché riapre uno scenario che va oltre la figura di Alberto Stasi — condannato in via definitiva nel 2015 — e rimette in discussione l’idea di un’azione solitaria.

La Procura ha disposto nuovi accertamenti genetici, estendendo le comparazioni non solo al Dna rinvenuto sotto le unghie della vittima, ma anche ad altre tracce biologiche repertate sulla scena del crimine. È un lavoro di rilettura complesso, che si muove su materiali raccolti nel 2007 e che oggi vengono analizzati alla luce di tecnologie e metodologie più avanzate.

Il nodo del Dna e le battaglie tra periti

Uno dei punti più controversi resta il Dna maschile individuato sotto le unghie di Chiara Poggi. Secondo una consulenza, il profilo genetico presenterebbe una compatibilità con la linea maschile della famiglia Sempio, con un grado definito “moderatamente forte”. Una definizione che, da sola, basta a spiegare perché il dibattito tecnico-scientifico sia diventato così acceso.

Accusa e difesa si confrontano su interpretazioni, margini di errore, modalità di repertazione e conservazione dei campioni. Non si tratta solo di stabilire una compatibilità genetica, ma di capire se quel dato possa essere collocato con certezza nella fase esecutiva del delitto o se, al contrario, sia frutto di una contaminazione o di contatti precedenti, compatibili con la frequentazione della casa.

L’impronta 33 e il problema del tempo

Al centro delle nuove analisi c’è anche la cosiddetta “impronta 33”, una traccia palmare individuata sulla parete della scala, a pochi centimetri dal punto in cui fu ritrovato il corpo. La sua posizione ha portato gli inquirenti a considerarla particolarmente significativa, ma proprio qui si innesta uno dei nodi più complessi dell’intero caso.

In ambito forense, stabilire quando un’impronta sia stata lasciata è spesso impossibile. Le impronte papillari possono rimanere visibili per anni se non rimosse da interventi meccanici o chimici, soprattutto in ambienti poco frequentati o non sottoposti a pulizie profonde. Nel caso di Garlasco, è noto che nella villetta furono rinvenute numerose impronte riconducibili a persone che avevano frequentato l’abitazione in periodi molto precedenti al delitto.

Le analisi effettuate nel 2007 avevano escluso la presenza di sangue sull’impronta 33, e non esistono evidenze scientifiche che dimostrino un’interferenza tra i reagenti utilizzati per rendere visibile la traccia e i test specifici per l’individuazione di emoglobina umana. Questo rende estremamente difficile attribuire con certezza quella traccia alla fase dell’aggressione.

Più persone, più domande

È proprio dall’incrocio di questi elementi — Dna, impronte, testimonianze, frequentazioni — che prende corpo l’ipotesi di un coinvolgimento plurimo. Un’ipotesi che non equivale a una verità giudiziaria alternativa, ma che spiega perché il caso continui a riaprirsi sul piano investigativo e mediatico.

Garlasco, oggi, non è più soltanto la storia di un colpevole e di una vittima. È diventato un caso-scuola sul rapporto tra prova scientifica, tempo e interpretazione. Ogni nuovo accertamento non chiude il cerchio, ma lo allarga, riportando al centro una domanda che accompagna il delitto fin dall’inizio: siamo davvero riusciti a ricostruire tutto ciò che è accaduto in quella casa il 13 agosto 2007?

È per questo che, all’inizio di un nuovo anno, Garlasco torna ancora una volta a interrogare l’opinione pubblica. Non come semplice cronaca nera, ma come uno dei casi più complessi e divisivi della giustizia italiana contemporanea.

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