Home » Attualità » Cronaca » Garlasco, il punto della settimana: gli ultimi sviluppi

Garlasco, il punto della settimana: gli ultimi sviluppi

Garlasco, il punto della settimana: gli ultimi sviluppi

A distanza di anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la condanna di Alberto Stasi non basta a chiudere il racconto pubblico. Nodi irrisolti, riletture mediatiche e nuove tensioni continuano ad alimentare dubbi e sfiducia

Il caso di Chiara Poggi continua a vivere in una frattura ormai strutturale: quella tra la verità giudiziaria formalmente accertata e la percezione collettiva che, a distanza di anni, appare sempre meno allineata a quella conclusione. La condanna definitiva di Alberto Stasi rappresenta un punto fermo sul piano del diritto, ma non ha prodotto quell’effetto di sedimentazione che normalmente accompagna la fine di un processo così lungo e complesso.

Al contrario, il tempo ha finito per amplificare i dubbi, non tanto sul piano strettamente processuale quanto su quello narrativo e simbolico. Il racconto pubblico dell’omicidio di Garlasco si è progressivamente stratificato, alimentato da riletture, omissioni percepite, interrogativi rimasti senza risposta e da una continua oscillazione tra fatti accertati e suggestioni. In questo spazio ambiguo, la sentenza esiste, ma non basta più a chiudere la storia.

I nodi irrisolti e la rilettura continua dell’indagine

Uno degli elementi che contribuiscono a questa persistente instabilità è il continuo riemergere di nodi ritenuti irrisolti. Dettagli apparentemente marginali tornano ciclicamente al centro dell’attenzione, come se il tempo non li avesse mai davvero assorbiti. Telefoni, orari, movimenti, testimonianze: ogni elemento sembra poter essere riletto alla luce di un’ipotesi alternativa, anche quando quella rilettura non produce conseguenze formali sul piano giudiziario.

In questo contesto si inserisce il ritorno di figure già note agli inquirenti, come Andrea Sempio, il cui nome riappare non come imputato ma come simbolo di una zona d’ombra che continua a essere percepita come tale. La sua presenza nel dibattito non rappresenta una svolta investigativa, ma contribuisce a rafforzare l’idea di un’indagine che, agli occhi dell’opinione pubblica, non appare mai definitivamente conclusa. È una dinamica tipica dei grandi casi irrisolti nella percezione collettiva: anche quando il diritto chiude, il racconto resta aperto.

Il ruolo dei media e la costruzione di una narrazione instabile

A rendere ancora più fragile l’equilibrio del caso è il ruolo giocato dalla dimensione mediatica. Nel corso degli anni, Garlasco è diventato molto più di un fatto di cronaca: si è trasformato in un racconto seriale, in cui ogni nuovo elemento – vero, presunto o semplicemente riletto – viene inserito in una trama già sovraccarica.

Il rischio, in questa dinamica, è quello di una progressiva confusione tra accertamento e interpretazione. Le riletture mediatiche, spesso scollegate da reali sviluppi giudiziari, finiscono per produrre un senso di instabilità permanente. Non tanto perché emergano nuove prove, quanto perché si continua a mettere in discussione il perimetro stesso della storia, alimentando l’idea che qualcosa sia sempre sfuggito, che qualcosa non sia mai stato detto fino in fondo.

Massimo Lovati e il passaggio allo scontro giudiziario

In questo quadro già complesso, Massimo Lovati, ex legale di Andrea Sempio, è ormai lui stesso protagonista del dopo-Garlasco: la Procura di Milano lo ha citato direttamente a giudizio per diffamazione aggravata nei confronti degli avvocati Fabio ed Enrico Giarda, lo studio che difese Alberto Stasi nei processi per l’omicidio di Chiara Poggi.

Al centro del fascicolo ci sono le frasi pronunciate il 13 marzo 2025 davanti alle telecamere, quando il penalista parlò di una “macchinazione” orchestrata dalla difesa Giarda dietro l’indagine del 2017 su Sempio, accusando i colleghi di aver manipolato l’inchiesta e perfino il prelievo del Dna. Ora Lovati dovrà rispondere di quelle parole davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Milano, in un processo che rischia di trasformare in un nuovo caso giudiziario le sue teorie sul “sicario” e sui presunti depistaggi, rilanciate in tv e sui social negli ultimi mesi e già smentite più volte dalle procure coinvolte

Il paradosso di un caso chiuso che continua a riaprirsi

Il paradosso del caso Garlasco sta tutto qui. Da un lato, una sentenza definitiva che dovrebbe rappresentare l’atto conclusivo di una vicenda giudiziaria. Dall’altro, una diffusa sensazione di incompiutezza che continua ad alimentare sfiducia, sospetti e riletture.

Questo scarto produce un effetto corrosivo più ampio: non riguarda solo i protagonisti della vicenda, ma investe il rapporto stesso tra cittadini e istituzioni. Quando una storia resta sospesa nel racconto pubblico, anche dopo la sua chiusura formale, si rafforza l’idea che la verità giudiziaria non sia mai davvero sufficiente, o che non sia mai del tutto convincente.

© Riproduzione Riservata