Sarebbero forse bastate poche ore per risolvere l’irrisolvibile delitto di Garlasco. E invece non sono bastati 18 anni. Anni di processi, perizie, incidenti probatori e indagini riaperte. Già, perché sul corpo di Chiara Poggi, sulla spalla coperta dal pigiama, l’assassino aveva lasciato la sua firma in calce: le impronte di quattro dita. Indice, medio, anulare e mignolo. Nitide, perfette, utilizzabili. Il segno di una mano che aveva afferrato la vittima per la schiena, o forse l’aveva spinta durante l’aggressione.
Beh, oggi quelle impronte non esistono più. O meglio, sono state contaminate, rese inutilizzabili. E con esse è svanita la possibilità di chiudere il caso prima che diventasse l’episodio di cronaca nera più famoso e controverso d’Italia, che tiene banco da quasi due decenni. L’errore fu commesso proprio nelle prime ore delle indagini, quando un carabiniere voltò il cadavere di Chiara che si trovava sulle scale. La spalla della vittima venne così a contatto con le copiose macchie di sangue sparse sulla scena del delitto. E in un solo istante, quelle quattro impronte si mescolarono al sangue, perdendo ogni valore probatorio.
È questo probabilmente, tra i molti errori commessi dal 13 agosto 2007 in avanti, il più grave. Quello che ha impedito alla giustizia di giungere alla verità. Certo, resta il dubbio che quelle impronte potessero essere della stessa Chiara, che magari si era stretta nelle proprie braccia cercando di proteggersi dopo il primo attacco. Ma è un dubbio che non potrà mai essere sciolto. Perché quelle impronte, appunto, non ci sono più.
Le novità tecniche di Garlasco
A distanza di diciotto anni, il delitto di Garlasco continua a produrre novità investigative e colpi di scena giudiziari, uno dopo l’altro, come in una serie thriller da Emmy Award. L’ultima svolta narrativa a cambiare la trama proviene dalla Corte di Cassazione, la quale ha appena reso note le motivazioni con cui ha confermato l’annullamento del sequestro di computer e telefoni dell’ex procuratore Mario Venditti, indagato nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta archiviazione pilotata di Andrea Sempio. Secondo i giudici, l’acquisizione di dati e dispositivi da parte dei pm sarebbe stata «sproporzionata», pur ritenendo legittimo l’allargamento temporale degli accertamenti.
Ma c’è anche un’altra novità tecnica. Spunta infatti una consulenza commissionata dalla famiglia Poggi per analizzare la camminata del killer. Secondo i periti, la presunta camminata a «zig zag» sarebbe stata impossibile. Lo dimostrerebbe la sovrapposizione digitale dell’ortofoto dell’ampia pozza di sangue davanti alla porta a soffietto. Un punto cruciale è proprio questo: il killer poteva evitare le pozze di sangue sparse per la casa?
La verità sempre più lontana
Nel processo del 2009 i periti simularono la camminata dell’assassino concludendo che, pur collocando «almeno un piede» sopra le pozze, ci sarebbe stata la «possibilità di mancato intercettamento di sangue». La nuova perizia ribalta nuovamente tutto. E aggiunge un’altra tessera a un mosaico infinitamente complesso che, invece di comporsi, sembra frammentarsi sempre di più.
Diciotto anni, tre processi, due indagati in momenti diversi, decine di perizie contrastanti. Tutto, forse, sarebbe potuto finire in poche ore. E invece, quelle quattro dita che potevano raccontare la verità sull’omicidio di Chiara Poggi, oggi non raccontano più nulla.
