Il giallo di Garlasco, che da diciotto anni avvolge l’Italia in una spirale di misteri risolti per nulla o solamente a metà, si arricchisce di un nuovo capitolo. Questa volta, però, non sono le prove materiali o le perizie a finire sotto la lente, ma le parole pronunciate davanti alle telecamere da un personaggio piuttosto controverso che negli ultimi mesi, a furia di dichiarazioni polemiche in un senso o nell’altro, ha fatto abbondantemente parlare di sé. Si tratta di Massimo Lovati, fino al 14 ottobre 2025 difensore di Andrea Sempio (indagato in concorso per l’omicidio di Chiara Poggi). L’avvocato dovrà comparire il prossimo 26 maggio davanti al giudice monocratico di Milano. L’accusa è quella di diffamazione. A deciderlo è stato il pubblico ministero Fabio De Pasquale, che ha firmato il decreto di citazione diretta a giudizio.
Le dichiarazioni incriminate di Lovati
Era il 13 marzo 2025 quando Lovati, uscendo dalla caserma dei carabinieri di via Monti, rilasciò dichiarazioni destinate a far rumore. Al centro delle sue parole, l’istruttoria del 2017 contro Sempio, definita «frutto di una manipolazione». Secondo l’avvocato, gli allora difensori di Alberto Stasi (il fidanzato di Chiara condannato in via definitiva a 16 anni di carcere) avrebbero «clandestinamente prelevato il Dna» a Sempio. Un’accusa molto pesante, che colpiva dritto lo studio Giarda: Fabio ed Enrico Giarda, i legali che hanno assistito Stasi attraverso tutti e cinque i processi, non hanno lasciato cadere le parole nel vuoto. La loro reazione è stata immediata, e oggi figurano come persone offese nel procedimento che vede Lovati alla sbarra.
Lovati si difende
Interpellato da IgnotoX, Lovati ha cercato di ridimensionare la portata delle sue dichiarazioni. Ha parlato di «foga difensiva», un eccesso di zelo nel proteggere il proprio assistito. Non intendeva accusare i colleghi di falsificazione delle prove, precisa, ma solo denunciare un modo di indagare «occulto», condotto alle spalle di Andrea Sempio. La speranza, aggiunge, era che le informazioni emerse nel 2017 non venissero utilizzate nella nuova inchiesta. Sul termine «macchinazione», Lovati si difende sostenendo di averlo usato «per distinguere un qualche cosa che volevo esporre», senza alcuna intenzione diffamatoria. «Tanto meno nei confronti dei colleghi», sottolinea.
Persino gli avvocati diventano protagonisti
Eppure, a quasi vent’anni da quella mattina del 13 agosto 2007, il caso di Garlasco continua a generare processi, polemiche, accuse incrociate. Alberto Stasi sconta la sua condanna (forse ingiustamente), mentre l’inchiesta su Andrea Sempio ha riaperto una partita che molti, almeno fino allo scorso anno, credevano chiusa. E ora anche gli avvocati, figure storicamente di contorno nella cronaca giudiziaria, spesso comparse o comunque personaggi secondari, diventano protagonisti di un processo che dice molto sullo stato di tensione che avvolge questa vicenda.
