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Una società romana fa causa a Mark Zuckerberg: «Sta usando il nostro logo»

L’agenzia di comunicazione Maim porta in tribunale Meta: il marchio del colosso dietro Facebook sarebbe identico a quello creato e registrato in precedenza dall’azienda italiana

In una delle tante scene esilaranti del film Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, uno dei protagonisti riceve una telefonata da Steve Jobs. In realtà è il tecnico del computer, memorizzato sul telefono in omaggio al creatore della Apple.

Qualcosa di simile succede quando Fabio Perugia contatta Panorama.it su WhatsApp: sembra di essere chiamati da Mark Zuckerberg in persona. Il motivo è subito evidente: il logo di Maim, la società di comunicazione romana che Perugia ha fondato e che usa come foto profilo, ricorda moltissimo quello di Meta, il colosso dietro Facebook, Instagram e varie altre arene digitali battutissime. Anzi, a essere obiettivi è quasi identico, salvo lievi sfumature di colore. È una emme con l’andamento di un otto rovesciato fluido e dinamico, leggermente tirato verso l’alto e allungato verso il basso.

Il punto è che qui non c’è nessun omaggio, se non è un caso di contraffazione lo è di sfortunato tempismo da parte del gigante statunitense: Perugia usa il logo dalla primavera del 2020, ha ottenuto la registrazione ufficiale il 29 ottobre del 2021, ha presentato la domanda il 26 aprile. Meta, invece, avrebbe fatto domanda solo il 5 ottobre del 2021, quindi almeno cinque mesi dopo Maim, peraltro in Giamaica. Per l’Europa, le domande dell’azienda americana sarebbero ancora pendenti, mentre il simbolo Meta non sarebbe nemmeno registrato in Italia.

È questa la base su cui poggia l’azione legale di Maim, che si è vista costretta a citare in giudizio Mark Zuckerberg per contraffazione di marchio aziendale. «L’ho dovuto fare per tutelarci» spiega calmo Perugia: «Quando il logo di Meta è stato presentato ufficialmente, ho iniziato a ricevere numerosi messaggi. All’inizio li abbiamo presi con goliardia, ci chiedevano se fossimo in procinto di lanciarci anche noi nel metaverso. Poi, col tempo, mi sono accorto che quanti non ci conoscevano, cominciavano a guardarci con sospetto. A domandarci se avessimo copiato Facebook tanto spudoratamente». L’opposto di un buon modo di presentarsi per una società che si occupa di reputazione e tra i suoi clienti conta varie multinazionali ossessionate, a ragione, dalla loro immagine.

fabio-perugiaFabio Perugia davanti al logo di Maim

Bastano pochi minuti di conversazione con Perugia per capire quanto faccia sul serio e abbia dalla sua argomenti di buon senso: «Siamo certi che nessuno ci abbia rubato nulla, ci mancherebbe, però resta l’uguaglianza tra i due simboli. Lo ribadisco: non possiamo permetterci di essere tacciati come quelli che si sono ispirati in modo così palese a Meta».

logo-metaIl logo di Meta

Maim ha affidato agli avvocati Andrea Zoppini e Maurizio Sciuto il compito di procedere per vie legali, affinché Meta non utilizzi più il suo marchio quantomeno sul territorio nazionale. Il primo approccio era stato leggero, delicato. L’agenzia di comunicazione romana aveva tentato di contattare Meta per sedersi attorno a un tavolo e discutere insieme su come risolvere la vicenda. Non ha ottenuto nessuna risposta.

L’unico rimedio sarà andare davanti a un giudice. Anche perché, qualora arrivasse da Meta un’importante offerta di denaro per mettere a tacere la vicenda o indurre Maim a cambiare il proprio logo, Perugia la rispedirebbe al mittente: «Le nostre idee non sono in vendita. Non sono disposto a ricominciare con una storia diversa rispetto a quella che ho raccontato finora. Siamo Davide contro Golia, ne sono consapevole. Ma abbiamo dalla nostra la forza della ragione e della verità».

Mark Zuckerberg potrebbe offendersi e, chissà, non andarci giù leggero: cinque giorni dopo il lancio del logo Meta, aveva bloccato senza una ragione apparente la pagina Instagram di un’artista australiana. La sua unica colpa: si chiamava @metaverse, la traduzione in inglese del metaverso. Era attiva dal 2012. Nonostante numerose segnalazioni, non c’era stato verso di recuperarla. Finché l’azienda è stata contattata dal New York Times,che ha ricostruito la vicenda: solo a quel punto Instagram ha parlato di un errore, si è scusata e ha riattivato l’account.

Perugia si dice tranquillo, non teme rappresaglie: «Maim» spiega «non ha nemmeno un account Facebook».

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