Sport

Ciao 2012, senza rimpianti

Cosa ci ha lasciato questo anno di sport; poche gioie, molti dei caduti e tanto fango

Il podio tutto azzurro (Di Francisca, Errigo, Vezzali) del fioretto donne a Londra 2012 (credits: AP Photo/Dmitry Lovetsky)

2012 ciao. Ti salutiamo e stai tranquillo, non ti rimpiangeremo troppo. Ci hai lasciato incertezza e sfiducia, ci hai tolto tanto dalle tasche e dal sacchetto delle speranze. Non sei stato bello anche se eri pieno di promesse sportive.

Certo, qualche eccezione vale sempre. Per chi tifa Juventus sei stato la stagione della rinascita, se vogliamo della rabbia e della vendetta. Ma qui non stiamo parlando di minoranze, per quanto numerose e rumorose. Parliamo piuttosto di qualcosa da conservare nella memoria. E lì non c’è moltissimo.

Ci teniamo quella partita Italia-Germania a Varsavia, quei due gol con i quali ha spiegato all’Europa quale razza di giocatore Mario Balotelli potrebbe essere o diventare. Perfino leader se un giorno ne avesse la voglia e la maturità. La finale con la Spagna non c’è mai stata, quindi va subito derubricata dagli eventi di un certo rilievo e non solo per i quattro fischi presi dai nostri: un evento agonistico senza peso specifico, per tante ragioni che qui è inutile ricordare.

Il calcio ricorderà poi la favola del principe ranocchio, Roberto Di Matteo che ha dato al Chelsea quello che Abramovich non era mai stato in grado di comperare. Lo ha fatto con semplicità e intelligenza, perché non è uno speciale, ma un normalmente bravo uomo di calcio e di campo, che sa leggere il carisma dei campioni e mettersi, se serve, al loro servizio piuttosto che il contrario. Funziona finchè funziona. Poi via i campioni non funzionava più.

Di un’Olimpiade in fondo modesta appiccichiamo qui a parole tre istantanee: il podio delle nostre signore del fioretto, dato che è un risultato leggendario, con il sorriso bello e dolce di Elisa Di Francisca in primo pino; il volo scontato quanto da brividi di Usain Bolt che il mondo l’aveva già ribaltato quattro anni prima e non ha fatto altro che dargli un’altra scossa. E poi quell’aggeggio strano sollevato al cielo più con il sorriso che con la mano da Alessandro Zanardi, che ha qualcosa da insegnare ogni volta che parla e al quale ci farebbe bene pensare ogni giorno mentre, da pavidi, ficchiamo la testa nelle nostre piccole cose e ci piglia lo sconforto.

Abbiamo poi visto Fernando Alonso cercare di vincere un Mondiale di Formula Uno con una macchina che non andava, cioè una contraddizione in termini per i tempi moderni; Valentino Rossi salire di nuovo un calvario che una leggenda merita fino a un certo punto. Ci vuole coraggio a graffiare ogni domenica la patina di un mito, ma forse ne serve ancora di più per andare avanti, rimettendosi in gioco da uno qualunque, come Valentino farà alla Yamaha e come, finalmente, Schumacher ha smesso di fare.

A proposito di leggende dello sport, il momento più triste di questo anno bisesto, è stato quello della pubblica gogna fino alla croce, nera come quelle piazzate sull’albo d’oro della corsa ciclistica più importante del mondo, sulla quale è stato inchiodato Lance Armstrong. Nessuna difesa, nessun tono elegiaco per uno che ha rubato, anche un po’ di noi e dei nostri sogni. Solo una infinita tristezza, come il Capodanno che è solo appena meglio del Carnevale in quanto a inutile rumore. Ma almeno, tra fin troppi sorrisi di plastica, non ci toccherà vedere la maschera di Lance sopra una maglia gialla piena di fango.

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