Sport

"Niente è come un oro olimpico"

Parola di Alberto Cova che ci spiega come mai l'Italia dell'atletica faticherà a Londra 2012

Alberto Cova, oro nei 10mila metri alle Olimpiadi di Los Angeles 1984

"Se avessi  vinto un'Olimpiade adesso, sarei diventato un calciatore. Chiaro, i miei  erano altri tempi, non rinnego e non rimpiango nulla. Ma in ogni  caso la medaglia d'oro, allora come oggi, la vita te la cambia, eccome.  Per il denaro che si guadagna, ovviamente. Poi, per le opportunità che  ti si aprono per via della nuova visibilità. Un altro mondo, mi creda".

Los Angeles, 1984. I baffoni di Alberto Cova (oggi tagliati, chissà perché?) coprono il sorriso del fondista azzurro che vince l'oro nei 10mila metri. Una medaglia, un successo, una gioia che non ha eguali. Non c'è Europeo, Mondiale, nemmeno un record paragonabile all'alloro di Olimpia ci racconta l'attuale commentatore dell'atletica per Eurosport.

Soddisfazioni che però difficilmente potremo provare a Londra. La nostra Nazionale infatti è un po' l'anello debole della spedizione italiana per questa Olimpiade.

Cosa è cambiato nell'atletica italiana da Pechino 2008? Oggi stiamo meglio di quattro anni fa?

No, credo di no. E' vero, c'è un movimento di giovani un po' più strutturato e con qualche aspirazione maggiore. E a metà luglio, in occasione dei campionati del mondo giovanili, capiremo meglio qual è la reale consistenza dei nostri ragazzi. Per il resto, non è cambiato tanto. Anzi, se alle Olimpiadi vinceremo una medaglia ci sarà da festeggiare.

Detto che oggi l'atletica italiana non sta vivendo uno dei suoi momenti migliori, se la sentirebbe di scommettere su tre nomi in maglia azzurra per il podio di Londra 2012?

Gliene posso dire due. Alex Schwazer nella marcia e Antonietta Di Martino, se sta veramente bene e ha recuperato al meglio l'infortunio, nel salto in alto femminile. Se lei mi chiede qualche altra gara in cui possiamo arrivare in zona medaglia, mi dispiace, non saprei cosa risponderle.

Ma allora è proprio vero, l'Italia non è più capace di produrre atleti di altissimo livello nell'atletica leggera? Cosa ci manca per giocarcela alla pari almeno con le altri grandi d'Europa?

Se devo essere sincero, in termini di conoscenza tecnica e strutture, non ci manca niente. Probabilmente, ci manca la voglia di pianificare e programmare, e fare anche un po' di ricerca in quel mondo sotterraneo delle società sportive, dove forse serve più motivazione e organizzazione per lavorare seriamente su tutti i nuovi giovani che si tesserano alla Federazione. Si aspetta sempre che l'atleta nasca, cresca e diventi campione da solo. Poi, sono tutti bravi a gestirlo.

E' da 20-25 anni che non facciamo più il lavoro che porti ad avere più atleti capaci di fare buone cose a livello tecnico. Per tornare agli Europei, ci sono state molte specialità in cui l'Italia non era proprio rappresentata. Qualche esempio? Nessuno negli 800 maschili e femminili. Nessuno nei 1500 femminili. Nemmeno un atleta nel lungo maschile. Certo, Andrew Howe era fuori per infortunio, ma non possiamo sempre contare sul primo della classe. Dietro di lui, il vuoto. Possibile?

Insomma, tempi difficili, tocca mettersi l'anima in pace. Dovremo aspettare qualche anno prima di vedere qualcosa di nuovo...

E' probabile, anche se nell'atletica basta trovare 1 o 2 atleti che cominciano a vincere medaglie per cambiare tutto. Ma anche per dire che siamo stati bravi e via di questo passo. Insisto. Guardiamo agli Europei di Helsinki. Il fatto che fossimo addirittura assenti in alcune discipline la dice lunga sulla nostra condizione attuale. Una Federazione lungimirante non deve occuparsi soltanto degli atleti che possono raggiungere una medaglia, ma anche e soprattutto a tutti coloro che si avvicinano a questo mondo con la voglia di fare e di imparare.

A proposito di polemiche. Pare che alcuni atleti azzurri della squadra dei 400 metri non abbiano gradito un granché la scelta della Federazione di spedirli ad allenarsi negli Stati Uniti..

Lei sta facendo questa domanda a uno dei primi atleti italiani, se non il primo, che è andato all'estero per vedere cosa facessero gli altri. Vero, ai miei tempi non era così facile recuperare informazioni in altro modo. Internet non era a portata di mano, tanto per capirci. Per sapere come correvano gli altri, ma anche per trovare un'ambientazione ideale di allenamento, andavo nel Nord Europa in questo periodo, perché qui faceva molto caldo e non c'erano le condizioni ideali per allenarsi e per prepararsi ai grandi appuntamenti della stagione.

E poi, si viveva in un contesto diverso, si conoscevano cose nuove, c'era soltanto da imparare. Se la Federazione ha deciso di fare una scelta simile, ha fatto soltanto del bene agli atleti. Che non devono preoccuparsi se i ritmi e i sistemi di allenamento sono diversi. Perché un professionista deve essere capace di comprendere e capire quanto sta facendo per adattarlo in un secondo momento alla propria realtà. Deve essere intesa come un'opportunità, non come un limite.

La vittoria di una medaglia d'oro alle Olimpiadi può ancora cambiare la vita di un atleta? Cosa successe a lei dopo il capolavoro di Los Angeles?

Le rispondo con una battuta. Se avessi vinto un'Olimpiade adesso, sarei diventato un calciatore. Chiaro, i miei erano altri tempi, non rinnego e non rimpiango nulla.

Ma in ogni caso la medaglia d'oro, allora come oggi, la vita te la cambia, eccome. Per il denaro che si guadagna, ovviamente. Poi, per le opportunità che ti si aprono per via della nuova visibilità. Un altro mondo, mi creda.

Gli Europei a meno di un mese dall'inizio delle Olimpiadi.  Cosa buona e giusta? Per molti, anche tra gli addetti ai lavori, si  tratta di una consuetudine da rivedere...

Credo che  l'atletica europea avesse bisogno di un po' più di visibilità rispetto a  quella mondiale. Tra una Olimpiade e l'altra, l'atletica internazionale  può contare su tre anni a disposizione per organizzare competizioni  varie in tutto il mondo, mentre fino al 2010 gli Europei si tenevano  soltanto una volta ogni 4 anni. E questo era un danno importante, perché  l'atletica europea praticamente non è esiste più in alcune discipline.

Per  questo, era necessario raddoppiare l'impegno per garantire un minimo di  visibilità in più ad alcuni atleti che altrimenti avrebbero fatto  fatica a farsi notare. Ecco, in prospettiva gli Europei potrebbero  diventare l'evento per i giovanissimi che si apprestano a entrare  nell'attività professionistica. Senza grandi traumi di risultato, perché  il livello non è altissimo. Secondo me hanno fatto bene a procedere in  questa direzione.

Certo, ora sarebbe opportuno capire come non  incrociare le Olimpiadi. Perché in effetti un mese di distanza tra un  evento e l'altro può essere poco. Bisognerebbe avere almeno un altro  paio di settimane in più. Capisco che molti atleti in odore in medaglia  abbiano scelto di non andare agli Europei perché vogliono prepararsi al  meglio per Londra. Con lo spazio adeguato e i tempi giusti per tutti,  l'Europeo  potrebbe diventare secondo me una sorta di meeting, come ce  ne sono tanti in giro per il mondo.

Europei da ridimensionare, dunque, più nel prestigio che nelle ambizioni...

L'atletica  italiana ha bisogno di vincere medaglie. E gli Europei sono la  dimensione giusta per dare soddisfazione ai nostri atleti. Perché in  ambito mondiale, e parlo quindi di Olimpiadi ma anche di Mondiali, le  nostre possibilità di arrivare sul podio sono veramente poche. Da qui,  l'idea che fare bene in una competizione come questa possa essere utile a  costruire un percorso di crescita.

© Riproduzione Riservata

Commenti