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Mimmo Criscito e la (in)giustizia del Club Italia

La cosa peggiore in questa vicenda? Il comportamento della Federazione e della Nazionale

Mimmo Criscito con Prandelli a Coverciano, il giorno prima della sua eslcusione dagli Europei (Credits: AP Photo/Fabrizio Giovannozzi)

Di tempo ce ne sarà, in attesa di spiegare a un bimbo che ora ha otto mesi che un giorno molto lontano il papà calciatore non andò a giocare un campionato europeo per delle voci sordide. E false. Il problema non ci pare quello, quanto piuttosto una ingiustizia evidente uscita da una pattumiera.

Mimmo Criscito fu mandato via da Prandelli perché c’erano delle carte e delle voci sul suo conto. Dato che non si può mai tornare indietro, non sarebbero male delle scuse pubbliche. Che comunque non arriveranno mai, dato che pure ieri il presidente federale Abete ha ribadito che “l’esclusione di Criscito fu dovuta alla mancanza di serenità del ragazzo per quello che stava passando”. Lasciando stare che altri di quel gruppo stavano passando le stesse cose, quindi se ne fece un discorso esclusivamente formale, c’è chi ha subito un processo e chi come Criscito si è sentito sparare addosso del fango (ammesso che fosse solo fango), prima della doccia del pm di Genova che ha chiesto l'archiviazione di tutto, dato che quella storia del derby della Lanterna taroccato nel maggio 2011 non stava in piedi.

Prandelli non vuole tornare sulle scelte fatte. E sbaglia, perché così finisce per nascondere la testa sotto la sabbia.

Criscito invece è stato sommariamente processato e giustiziato, nemmeno dalla giustizia sportiva, ma dal Club Italia, alla faccia di un principio di non colpevolezza che è uno dei cardini di ogni sistema giuridico civile. Non di quello sportivo che, ovviamente non lo è, nato com’è per risolvere altre quisquilie. Forse non gli hanno creduto, forse non volevano rischiare di sporcarsi le mani e la faccia. Così l’hanno mandato via come un ladro, condannandolo a quelli che Mimmo ora chiama “mesi d’inferno”. Non necessario ha detto ieri il gip di Genova. Ma ormai è tardi. Tardi forse anche per ricucire certi rapporti strappati. Ma nell’epoca della caccia ai ladri e alle streghe è molto difficile fare distinzioni. Tagliare, tagliare anche solo con l’accetta della voce e del sospetto. Pur sapendo che quello che è stato tolto non verrà mai restituito, in un mondo finto come quello che sta dentro il pallone.

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