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La "mia" Italia-Germania 2006

Dortmund 5 Luglio: "Io c'ero". E voi, dove eravate?

L' esultanza di Fabio Grosso dopo la rete alla Germania (Credits: LaPresse)

Comincio dalla fine.

Sento una lingua e un nasone bagnato che mi urtano la guancia, apro gli occhi e vedo un cane lupo enorme al guinzaglio di un poliziotto tedesco che mi intimano di alzarmi. Non si può dormire per terra all’aeroporto di Colonia. Sono le 4 di mattina del 5 luglio 2006.  Mentre il cane si sta gustando la bandiera italiana che ho dipinta sulla faccia, il poliziotto sembra proprio non gradire la mia presenza e mi perquisisce: spera di trovarmi addosso droga o armi di qualche tipo e vendicarsi con me per la storica sconfitta subita la sera prima a Dortmund dalla Germania caduta sotto i colpi di Grosso e Del Piero. Ma come sono arrivato a Colonia? Riavvolgo il nastro fino al fischio finale di Ucraina-Italia. Partita vinta 3-1 dagli azzurri ad Amburgo qualche giorno prima. Match che ci catapulta in semifinale contro la Germania. Sono a Milano a vedere la partita in un pub. Arriva un sms. Due sms...Tre sms.Tutti dicono la stessa cosa. Andiamo a Dortmund.

Parte la macchinata in stile zingarata di  «Amici miei». Non abbiamo il biglietto né, tantomeno, un posto dove dormire. Niente bagaglio a mano. Solo una maglietta azzurra addosso, una bandiera e un paio di trombe. I miei compagni di avventura partono da Genova alle 3 di mattina. Mi raccolgono alle 5 all’aeroporto di Malpensa (dove ho posteggiato l’auto). Arriviamo a Dortmund alle 16. Undici ore per percorrere 905 chilometri. Giusto due soste tecniche per esigenze fisiologiche. Abbiamo stampato sulle maglie i nostri  nickname che usiamo quando giochiamo a calcio. Dentro alla Golf (modello vecchio) della nonna di Debe trovano spazio Gas, Francis, Robbie e Cobra. Chi sono io lascio a voi deciderlo. Fuori dallo stadio si parla solo napoletano. I biglietti al black market dei bagarini viaggiano tra i 450 e 650 euro. Ma, tenuto conto che non abbiamo pagato né l’aereo né il bed and breakfast, decidiamo che si può fare. Posteggiamo a una distanza siderale dallo stadio per evitare di rimanere bloccati nel traffico, ma anche di subire danni. La nonna non gradirebbe ritrovare l’auto, sottratta con destrezza dal garage genovese la sera prima, vandalizzata da barbari tedeschi. Dopo una scarpinata di un’ora, ognuno di noi, dopo aver tracannato un paio di medie e divorato un paio di Bratwurst con senape e Pretzel, versa un ultimo obolo pre match a una ragazza cingalese che per due euro ci dipinge la faccia con il tricolore. Siamo pronti. Entriamo.

Come è andata la partita è storia e lo sanno tutti. Usciti dallo stadio siamo tornati all’auto urlando come una litania o un salmo solo due lettere ripetute all’infinito: «Po-PoPoPo Po PoPo»…

Ci rimettiamo alla guida, incoscienti e felici dopo un altro paio di birre. Forse tre. Destinazione Colonia dove alle 7 di mattina ho un aereo per Milano. Saluto i miei amici e mentro li vedo partire prego per la loro incolumità (devono arrivare fino a Genova). Io mi trascino nel terminal dell’aeroporto. Dove mi sdraio e mi disattivo come quando si corica Cicciobello. Chiudo gli occhi e dormo. E’ a questo punto che sento la lingua del cane lupo e la voce imperiosa e incazzata del gendarme tedesco che mi bercia frasi fatte solo di consonanti. Sorrido e lo lascio parlare. Hanno perso e noi andiamo in finale.

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