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La festa della Berlino azzurra

La semifinale vissuta dagli Italiani in casa del nemico

Bambini alla partita

Bambini alla partita (foto: Andrea D'Addio)

Berlino, 29 Giugno

“La Germania è la terra che mi ospita, ma il mio cuore rimarrà sempre italiano” dice Sabrina una delle tifose arrivate puntali all’appuntamento delle 18.45 accanto al Görlitzer Park, uno dei parchi più giovanili di Berlino, a Kreuzberg. Il locale non poteva che avere un nome più italiano, Cicciolina, e nelle due ore che passano aspettando il fischio di inizio è un tripudio di pizze, canti e saluti reciproci, come se ci ritrovasse tutti la domenica nella piazzetta di paese.

Gli italiani a Berlino non amano fare gruppo, molti di loro sono partiti appositamente per lasciarsi alle spalle molti loro connazionali, ma il calcio ha la capacità di prendere nelle viscere e quando inizia l’inno di Mameli anche i più restii si ritrovano a cantare a mezzabocca L’Italia s’è desta. Ci sono solo un paio di famiglie tedesche, gente che ha visto tutte le partite lì e per scaramanzia ha  preferito confermare la solita postazione anziché spostarsi altrove nonostante intorno a loro. Non basterà.

Al primo goal di Balotelli il grido è fortissimo e dopo qualche secondo lo sguardo di molti corre oltre al parco, in un vicino ristorante da cui poco prima della partita un gruppo di giovani tedeschi aveva gridato: “Oggi mangiamo pizza e spaghetti”. Non una grande accoppiata, ma la metafora era perfetta per farci intendere quanto fossero sicuri della loro vittoria. Non avevamo risposto nulla.

Noi parliamo dopo le partite, non prima. Il secondo goal è quello della liberazione, ma manca ancora troppo tempo ed il rigore nel recupero ci fa tremare tutti per altri due minuti. Al triplice fischo è immancabile il canto del ritornello di Seven Nation Army dei White Stripes, ma si canta solo il popopopo, nessun “campioni del mondo” o “campioni d’europa”, noi siamo “veramente” scaramantici, più di quei tedeschi che hanno lasciato il ristorante già da qualche minuto. Bisogna aspettare domenica, anche se per molti di noi oggi era la partita più importante.

La festa continua fuori dal ristorante. Abbracci, foto, grida di entusiasmo. “Domani vado a lavoro con la maglietta dell’Italia” mi dice Giuseppe, da un anno producer di un’azienda di videogiochi che l’anno scorso aveva 15 dipendenti e ora ne ha 120. “Io curo la versione italiana ed è da quando ed è da lunedì scorso che mi sono dovuto sorbire ogni tipo di sfottò e battute, spesso anche cattive. Domani mi basterà sorridergli colorato d’azzurro per vendicarmi”. Qualche gruppo si organizza per andare a Ku’damm, il lungo viale commerciale dove i tedeschi sono soliti festeggiare.

Altri vogliono andare ad Alexanderplatz, ma ciò che stupisce di più guardando per strada è che la festa è finita. Non la nostra, quella dei tedeschi. Lì dove fino a qualche ora prima c’erano schermi e maxischermi sono rimaste solo le panchine semi-vuote di chi l’ha presa con sportività, continuando a bere la propria birra e certe volte applaudendo anche ai caroselli dei tanti italiani festeggianti per le strade cittadine. Sembra di essere tornati a metà aprile. L’europeo? E’ già alle spalle di molti tedeschi, così come i sogni di vittoria.

“L’Italia ha giocato meglio fin dall’inizio, avete una mentalità diversa di gioco che noi tedeschi digeriamo a fatica. A mio avviso siete anche meglio degli spagnoli” ci dice un tassista mentre ci riporta a casa alle quattro del mattino. Lui in realtà è turco, ma abita a Berlino da 30 anni e seppur “non sia stato facile ambientarsi”, quando non c’è la Turchia di mezzo tifa Germania. “C’è Ozil, e poi i miei figli si sentono tanto tedeschi che turchi. Ed io sono felice quando loro sono felici”. Cuore di papà. Difficile però poterlo capire fino in fondo.

Il calcio è qualcosa di così viscerale che anche tutti quegli italiani che amano la Germania ed ammirano il popolo tedesco tanto che ci vivono a contatto ogni giorno da tanti anni ammettono di provare un piacere maggiore quando arrivano vittorie come queste come mi dice Salvatore, moglie tedesca e caposala di un ristorante tedesco in cui lavora da vent’anni, mentre brindiamo per l’ennesima volta: “Non siamo più forti fisicamente nè abbiamo più qualità dei tedeschi, ma sappiamo tenere duro e non solo nel calcio. E’ questo che mi rende fiero di essere italiano”.

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