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Klaus Dibiasi: paura, orgoglio e tantissima gloria

Il tuffatore altoatesino è stato protagonista di 12 anni di successi a livello internazionale. Con 5 medaglie olimpiche è uno dei più grandi specialisti di sempre

“L'angelo biondo urla di dolore" è il titolo che appare sul "Corriere della Sera" a pochi giorni dall’inizio dell'Olimpiade di Montreal, anno 1976. L’angelo biondo è Klaus Dibiasi, il più grande tuffatore italiano di sempre, figlio d’arte (suo padre Carlo è stato azzurro ai Giochi di Berlino del ’36), e protagonista per circa 12 anni della disciplina che nel nostro Paese oggi è rappresentata alla grandissima da Tania Cagnotto, anch’essa discendente diretta di una famiglia di campioni (papà Giorgio lottava con Dibiasi per il gradino più alto del podio, la mamma Carmen era la fuoriclasse dei tuffi al femminile).

“Di tutti i titoli che ho conquistato – dice Dibiasi al termine della prova che gli vale il terzo oro olimpico – questo è il più bello. Forse perché è l’ultimo o forse perché è stato il più sofferto. Per vincere in Messico mi era stata sufficiente la media del sette, a Monaco ero dovuto arrivare al sette e mezzo, qui (ndr, Montreal) c’è voluta la media dell’otto per spuntarla su Louganis”. Un altro traguardo stellare. Per il tuffatore altoatesino si aprono le porte della leggenda. Ce l’ha fatta anche in Canada, 12 anni dopo l’argento conquistato ai Giochi di Tokyo. Pure se dolorante al braccio destro e alla gamba sinistra e imbottito di antidolorifici. Dibiasi ha stretto i denti e ha scritto la storia dal trampolino dei 10 metri. Pallanuoto a parte, non era mai accaduto che l’inno di Mameli risuonasse in una piscina olimpica. Succede per la prima volta in Giappone.  

Dibiasi è figlio di uno sport che vive di improvvisazione ed entusiasmi. Pare che il suo primo tuffo arrivò per merito di una scommessa. Il presidente del circolo di Bolzano gli promise cento strudel in cambio di un salto dalla piattaforma. Detto, fatto, scommessa vinta e semaforo verde ad una carriera che è stata semplicemente straordinaria, per risultati e prospettive. Il suo palmarès racconta di successi difficilmente ripetibili: 3 ori e 2 argenti alle Olimpiadi, 2 ori e 2 argenti ai Mondiali, 3 ori e 2 argenti agli Europei. Dibiasi deve moltissimo ai Giochi a cinque cerchi. La sua popolarità internazionale inizia con l’argento di Tokyo e trova commiato nell’oro di Montreal. Protagonista assoluto per 4 edizioni. Se non è un record, poco ci manca.

Conclusa l’attività da protagonista in piscina, l’atleta altoatesino mette la propria esperienza al servizio dei giovani e diventa allenatore capo della squadra olimpica. Da Mosca 1980 a Pechino 2008 c’è sempre lui ad accompagnare gli atleti italiani sul trampolino. E che anche in questo campo sia un fuoriclasse lo dimostrano i risultati raccolti negli anni dalla società di tuffi che ha fondato nel 1990 e di cui è presidente. La “Asd Di Biasi” è tra le più accreditate e vincenti realtà di questo sport. Già, ma perché un ragazzo dovrebbe dedicarsi a una disciplina che non sembra avere grande spazio sulle pagine dei giornali?

Risponde Dibiasi nel 1997: “Perché qui si producono emozioni particolari, affascinanti confronti con paura e orgoglio. Tuffarsi è vario, meglio del nuoto, sempre avanti e indietro. Il tuffatore è come un artista, estroverso”. Non è un segreto. Il campione di Bolzano non ha mai amato i tuffi sincronizzati. Altra scuola, altre motivazioni, altra storia.

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