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Italia- Spagna: riflessioni a freddo

La squadra di Prandelli ha margini di crescita, la Spagna no

Gigi Buffon e Totò Di Natale

Italia-Spagna vista da molto lontano. Porto francese, poca gente e molte nuvole. Al bistrot una decina di paia d’occhi su un televisore che ha per sfondo due bandiere, una è il tricolore di Francia, l’altra è quella croata. Va a sapere, gente di mare. Birre e sigarette, un cagnolino furbo porta pazienza sotto un tavolo. Sigarette e bitta, rossi e azzurri partono contratti nelle facce e nella corsa. Ingessata è anche la partita, con le squadre che seguono strade note, piani di battaglia precisi. La Spagna con i suoi tocchetti tenta di pugnalare la parte molle italiana, quel centro della difesa un po’ improvvisato, un po’ inventato da Prandelli dopo il disastro russo. Nessuno è fesso è tutti studiano nel calcio di adesso.

L’Italia prende le strade del contropiede e vanno giù boccate di fumo quando Cassano sfiora il palo in diagonale e Balotelli arriva tardi. Arriva tardi per la verità, su questo Europeo che Prandelli e tutti noi vorremmo fosse quello della consacrazione. Ma bisogna vedere quali idee ha Mario, ieri uguale a se stesso: bastonate e proteste, un “giallo” sacrosantissimo. Altro niente. Diverso Cassano che ha la faccia del bambino che si trattiene e che prova a stare concentrato sui libri di scuola: devono avergli fatto una testa così e lui almeno ci prova. Il primo tempo è solo qualche fuoco. Le patatine sono rammollite dall’umidità, le olive troppo salate. ‘Sti francesi.

Secondo tempo, ristorante marocchino sul mare. Couscous ai mille sapori e Totò Di Natale in campo. Meglio, molto meglio. Lo stomaco si apre e la partita pure, come un fiore. Fluisce come linfa, come vino rosato nella gola. Via finalmente le maschere della troppa paura. C’è chi mangia e non gliene frega niente. C’è il personale che fa appena una smorfia quando Totò insacca con l’uncino del vecchio pirata, che ne ha viste troppe, non sempre belle e forse questi Europei sono le sue ultime isole del tesoro. Ma l’aria polacca, anche vista da lontano ha il colore del pareggio. Peccato solo arrivi troppo presto con la furia in percussione centrale (ma guarda un po’…) del tatuatissimo Fabregas.

Poi sono altri fuochi, accesi per lo più da un altro ex reietto, Fernando Torres e spenti da due grandi portieri. Il sorbetto si accompagna con un pensiero: la Spagna campione di tutto non pare avere enormi margini per crescere ancora. L’Italia sotto assedio dai magistrati, che gioca per sé e per un movimento che oggi sembra un cumulo di immondizia, questa Italia sì: sembra poter diventare più adulta di così. Speriamo non sia solo l’effetto del couscous e di quel rosato così freddo.

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