Formula 1

Lauda: io e Hunt ai tempi di "Rush"

Intervista esclusiva al tre volte campione del mondo di F1. Che rivive il passato raccontato nel film per arrivare a un presente tra gare e famiglia - I ricordi di Merzario

21 maggio 1978: Niki Lauda e James Hunt discutono da buoni amici dell'incidente che li ha appena messi fuori gara al GP del Belgio. (Credits: Getty Images)

Niki Lauda ha un atteggiamento abbastanza supponente nei confronti della vita. Forse perché sa di essere stato molto fortunato a sopravvivere al terribile incidente nel circuito del Nürburgring nel 1976. Quel fatidico giorno la sua Ferrari sbatté contro la roccia a lato del circuito, roteò su se stessa e venne investita da un’altra vettura, trasformandosi in una pira metallica. Lauda perse i sensi, le fiamme avvolsero l’abitacolo dove rimase svenuto per quella che sembrò un’eternità, finché un altro pilota, Arturo Merzario, non lo estrasse dal rottame. "Altri 10 secondi in quell’auto in fiamme e ora non sarei qui", ricorda Lauda, sorseggiando un café crème affondato in un morbido divano della sua suite d’albergo di Vienna. 

Dal 19 settembre sarà nelle sale italiane "Rush", film sulla sua rivalità con il pilota inglese James Hunt, in lizza per il campionato di Formula 1 del 1976. Diretta da Ron Howard, la pellicola vede la partecipazione dell’attore tedesco Daniel Brühl ("Bastardi senza gloria", "The Edukators") nei panni di Lauda e del fusto australiano Chris Hemsworth nelle vesti di Hunt. «Lauda e Hunt erano star del circuito: due assoluti professionisti nell’olimpo dell’automobilismo» afferma Howard. «Erano i tempi in cui il sesso era sicuro, correre in auto era pericoloso e non ce n’era per nessuno». 

I due piloti erano diventati buoni amici nelle stagioni precedenti, pur essendo agli antipodi quanto a carattere e stile di guida. Lauda era pragmatico, disciplinato e rigoroso, mentre Hunt era un forte bevitore, sessualmente insaziabile e talvolta un corridore spericolato. A quei tempi la morte era uno spettro costante, nonché un rischio professionale per i piloti. La Formula 1 era lo sport più pericoloso del mondo e ogni anno alcuni dei piloti più dotati perdevano la vita al volante di auto da corsa notoriamente fragili. 

A metà della stagione 1976 Lauda andò come detto vicinissimo alla morte al Nürburgring. Le fiamme che avvolsero la sua Ferrari gli bruciarono l’orecchio destro e la fronte, sfigurandogli il volto. Rimase in coma per diversi giorni in ospedale con i polmoni in gravi condizioni a causa dei fumi tossici che aveva respirato mentre giaceva privo di sensi nel rottame in fiamme. Quando arrivò in ospedale, i medici non erano ottimisti circa le sue possibilità di sopravvivenza. "Un prete mi diede l’estrema unzione", aggiunge Lauda. Invece ce l’ha fatta, tornando in pista solo sei settimane dopo, nonostante le sue condizioni precarie. 

Vincitore del campionato di Formula 1 dell’anno precedente, Lauda era ancora in cima alla classifica del 1976 grazie alle gare che aveva vinto nella stagione ed era determinato a vincere anche questa volta. "Mi chiedevano se volevo continuare e io rispondevo sempre sì. Volevo vedere se ero in grado di tornare in auge. Ero consapevole dei rischi, erano anni che vedevo altri piloti morire davanti ai miei occhi". Questa è l’essenza dell’atteggiamento di Lauda. Benché avesse visto la morte in faccia e fosse rimasto terribilmente sfigurato, il pilota austriaco tornò in pista, nel Gran Premio di Monza, con la testa ancora fasciata, solo sei settimane dopo l’incidente. Le ustioni non erano ancora completamente guarite e diversi piloti distoglievano lo sguardo inorriditi davanti al suo viso devastato. Lauda aveva anche dovuto subire un intervento di chirurgia plastica per riuscire a chiudere le palpebre correttamente. Ma era deciso a difendere il titolo ed era ancora in cima alla classifica alla vigilia della gara conclusiva del Gran Premio di Tokyo

La gara finale venne disputata sotto una tempesta inclemente e molti sostenevano che avrebbe dovuto essere annullata. Ma Bernie Ecclestone e gli organizzatori della corsa decisero che si tenesse comunque, considerando l’altissima audience televisiva in fremente attesa del duello tra Lauda e Hunt, alla guida di una McLaren. Hunt era solo a tre punti da Lauda e tutto si giocava in quell’ultima corsa. Lauda uscì al secondo giro, mentre Hunt tagliò il traguardo per terzo, aggiudicandosi il suo primo e unico campionato mondiale di Formula 1. 

In questa intervista, Niki Lauda racconta come il suo incontro ravvicinato con la morte non gli abbia comunque impedito di continuare a correre e andare avanti nella vita. 

Niki, che sensazioni ha provato nel tornare in pista dopo aver quasi perso la vita solo sei settimane prima? 

"Quando, dopo l’incidente, sono nuovamente uscito in pubblico, la gente mi guardava scioccata e questo mi turbava. Pensavo che fossero scortesi a non cercare di nascondere le loro emozioni negative di fronte al mio aspetto. Ma quando ho visto il film, mi sono messo nei panni degli altri e ho capito il punto di vista della gente che mi vedeva e questo mi ha aiutato a capire perché gli altri restavano sconvolti". 

E lei come ha reagito davanti al suo volto sfigurato? 

"In quel momento ho accettato il mio aspetto. Non ci pensavo, semplicemente andavo avanti… Ma mia moglie è svenuta quando mi ha visto per la prima volta, così mi sono reso conto che non facevo senz’altro una bella impressione. Mi sono chiesto: ma sono davvero così terribile? Ora, invecchiando, le cicatrici si confondono con le rughe e... beh (alza le spalle) ci si fa l’abitudine". 

Non ha mai pensato alla chirurgia plastica? 

"No. Ho dovuto fare solo un intervento per migliorare la mia capacità visiva. La chirurgia estetica è insulsa e costosa, l’unico risultato è che mi darebbe una faccia diversa. Mi hanno operato agli occhi in modo da migliorarne la funzionalità e, finché il resto funziona, non me ne importa niente. Bisogna accettare le cose come sono. Non riesci a renderti conto di come ti sentiresti finché non capita a te. Quando ci sei dentro, vedi le cose in modo diverso, ti chiedi cosa fare, come gestire la situazione, e quando hai capito come affrontare la faccenda, non te ne importa più niente". 

Ha ricevuto proposte da chirurghi plastici dopo l’incidente?

"Costantemente. Ma non mi piace l’aspetto che dà la chirurgia plastica. Che cosa pensa di quelle stupide che continuano a farsi rifare? Io penso che non vada bene. Se ti fai rifare qualcosa, la gente se ne accorge immediatamente. Chi non si è mai trovato nelle tue condizioni non può immaginare cosa farebbe al tuo posto. Semplicemente si chiede: perché è così? Perché non fa qualcosa? Forse, se fossero nei miei panni, farebbero la stessa cosa. Pensi a quelle donne che si sono fatte rifare le labbra e hanno quest’espressione schifosa (atteggia le labbra a canotto)". 

Si chiede perché le donne ricorrano alla chirurgia plastica? 

"Io non sopporto la chirurgia plastica. Devi avere abbastanza personalità da essere in grado di superare tutte queste idiozie sulla bellezza e trovare la forza di amarti per come sei. Quando le donne ricorrono alla chirurgia plastica, vuol dire che non sono in grado di accettarsi. Mi è capitato più volte che la gente si interrogasse sul mio aspetto. Almeno posso dire di aver avuto un incidente. Per me è inconcepibile che della gente che non ha subìto alcun incidente si sottoponga a interventi". 

Che cosa ne pensa del modo in cui Brühl ha interpretato il suo personaggio nel film "Rush"? 

"Sono rimasto molto colpito. È stato davvero bravo, e parla anche l’inglese meglio di me... È venuto a Vienna per conoscermi e studiarmi per un po’ di tempo. L’ho anche portato al Gran Premio del Brasile, un paio di anni fa. Mi piace. Gli ho chiesto dove ha trovato più difficoltà. Mi ha risposto che, siccome la gente mi ha visto in tv, ha sentito delle interviste o scambi di battute, sa come parlo, quindi non è stata un’impresa facile". 

Con quale spirito affrontò la gara finale a Tokyo nel 1976? 

"Quando abbiamo corso in Giappone, io ero ancora primo. Quella settimana ha piovuto all’inverosimile e, a mio avviso, quando abbiamo iniziato la corsa era troppo pericoloso guidare. Così mi sono ritirato dopo il primo giro. James è arrivato terzo e ha vinto il titolo per un punto: un buon risultato per lui. Io ho avuto la fortuna di sopravvivere a quel terribile incidente e ho scelto di non mettere nuovamente a repentaglio la mia vita". 

Come ricorda il periodo in cui correva? 

"Era sempre una battaglia per rimanere vivo. Dovevi arrivare al limite senza fare errori. Ho avuto tante esperienze positive e negative. Ho imparato tanto dalla vita. Sono convinto di essere molto più carismatico di prima(sorride). Non so perché non provo alcuna paura. Sono sempre stato molto sicuro di me. Sono cresciuto in una famiglia perbene qui in Austria. Mi hanno insegnato come usare coltello e forchetta. Fin da bambino ho sviluppato una personalità salda e positiva. Poi sono passato attraverso tantissime vicende terribili, come il mio incidente, che mi hanno insegnato a essere ancora più forte. Sono sempre stato capace di imparare dalle mie esperienze e andare avanti". 

Che rapporto aveva con James Hunt? Il film vi ritrae come rivali accaniti che diventano amici grazie al rispetto l’uno per l’altro…

"Eravamo effettivamente amici. Lo conoscevo già prima di incontrarlo in Formula 1. Le nostre vite si sono sempre incrociate. Era molto competitivo e anche molto veloce. Per tanti aspetti eravamo uguali. Quando lo guardavo negli occhi, capivo esattamente quello che provava. Ho sempre nutrito un grande rispetto per lui in gara. Potevi guidare a due centimetri dalle ruote della sua auto ed essere certo che non avrebbe mai fatto una cazzata. Era un grande pilota". 

Lei è così serio e pragmatico come viene dipinto nel film? E Hunt era davvero il suo opposto, sfrenato e donnaiolo? 

"Mi piaceva il suo stile di vita. Tutti e due abbiamo avuto molte donne. Io non ero così intemperante come James, però eravamo simili e ho condiviso una parte delle sue esperienze. Non ero così rigoroso nel mio atteggiamento quanto appaio nel film, anche se ero senz’altro più disciplinato di lui. Non ho mai bevuto prima di una corsa, ma certamente dopo non potevo esimermi".

Era a causa della pressione della guida? 

"Ogni corsa avrebbe potuto essere l’ultima. Oggi è diverso. Ogni volta che uscivamo indenni da una gara facevamo una festa per celebrare il fatto di essere ancora vivi. Erano tempi diversi. James era semplicemente più eccessivo, e il film lo mette in evidenza. Non abbiamo mai avuto rivalità per le donne. Con altri piloti andavo magari a bere una birra dopo la corsa e finiva lì, non era un’amicizia. Con James era diverso, lui era diverso". 

C’erano aspetti positivi del pericolo che doveva affrontare come pilota, sapendo che aveva buone probabilità di morire? 

"No. Correre in Formula 1 significa controllare la tua auto e testare i tuoi limiti. Per questo la gente corre: per sentire la velocità, la macchina e il controllo. Ai miei tempi, se ti spingevi troppo oltre, ti ammazzavi. Dovevi trovare il giusto equilibrio, come un funambolo, per rimanere in vita. Era la precisione, non il pericolo, che mi interessava. Io ero più tecnico degli altri. Non volevo andare più veloce; volevo capire la macchina in modo da sapere esattamente come farla andare più forte". 

Quando ha concluso la sua carriera in Formula 1, dopo aver vinto un altro campionato nel 1984, ha fondato una compagnia aerea, la Lauda Air. Nel 1991, però, c’è stato un terribile incidente in Thailandia in cui hanno perso la vita tutti i 223 passeggeri. Quali effetti ha avuto quella tragedia su di lei? 

"La sciagura del Boeing 767 è stato l’altro terribile evento della mia vita… Ho capito che non è possibile controllare il futuro. Ma non sono preoccupato. Si può sempre imparare a superare le difficoltà". 

Lei è rimasto un pilota appassionato e guida sempre personalmente il suo aereo. Cosa preferisce pilotare, auto o aerei? 

"Le auto sono la mia professione, mentre uso gli aerei per mia comodità. Sono stato un pilota commerciale per molti anni, quindi se devo recarmi per esempio in Brasile ci vado con il mio aereo. Vado a vedere qualsiasi corsa con il mio jet Global 5000 da 12 posti, che può volare per 12 ore di fila. Non prendo mai i voli di linea". 

Successivamente ha gestito un’altra compagnia aerea, la FlyNiki, che poi ha venduto. Sente la mancanza di un’attività nel settore? 

"No. L’ho venduta non appena ho iniziato a collaborare con la Mercedes (è il presidente del team, ndr). Air Berlin voleva comprare la mia compagnia: era il momento giusto, il prezzo era congruo, ho accettato". 

I soldi sono stati una motivazione importante per lei? 

"Non ho mai lavorato per i soldi, così come non ho mai corso per guadagnare. Prima di tutto devi correre e poi, se vinci, arrivano anche i soldi. Questo è l’atteggiamento che ho avuto in tutta la mia vita. Ho sempre fatto quello che mi piaceva e, se lo facevo bene, arrivava anche il riscontro economico. Non sono attaccato al denaro, anche se non mi dispiace averlo". 

Si è risposato diversi anni fa con Birgit Wetzinger (una ex hostess della FlyNiki). Come l’ha conosciuta? 

"L’ho incontrata a una festa e me ne sono innamorato. Mi ha colpito subito per via dei suoi stivali... portava stivali bassi, stile hippy, il contrario dei tacchi alti che avevano tutte le altre donne, ma non sapevo che lavorasse per la mia compagnia aerea, l’ho scoperto solo in seguito. Per farla breve, le ho chiesto di uscire e da lì è iniziato tutto. Ci siamo sposati e dopo otto mesi sono nati Max e Mia". 

In "Rush" lei conosce la sua prima moglie Marlene dandole un passaggio mentre fa l’autostop. È accaduto veramente? 

"In realtà l’ho incontrata a una festa e l’ho accompagnata da qualche parte, però lei non mi ha riconosciuto: pensava fossi un tennista. Nel film si vede anche che lei dà un passaggio ad alcuni autostoppisti e li spaventa a morte guidando a velocità pazzesca. Questa parte è vera (sorride)". 

Ha mai la tentazione di sfrecciare per le strade austriache? 

"No, ma quando la polizia mi ferma perché guido un po’ troppo veloce esordisco così: 'Non posso farne a meno, ce l’ho nel sangue'. Gli agenti o ridono o me la fanno pagare (ride)". 

Le piacerebbe che uno dei suoi gemelli diventasse un pilota? 

"Spero di no, ma è troppo presto per dirlo. Mia figlia, tuttavia, è una spericolata. È esattamente come me. Proprio in questo momento, qui a Vienna, è la prima volta che mi trovo da solo con i bambini, perché mia moglie è a New York. Subito dopo questa intervista corro a casa perché va via la baby-sitter e non vedo l’ora di stare con loro. È una bellissima esperienza. Birgit sosteneva che non ce l’avrei mai fatta, invece procede tutto bene". 

Lei sembra sempre molto freddo, controllato e pragmatico. È così anche nella vita privata? 

"Sono emotivo, ma non lo do a vedere. Cerco di proteggermi. Sono sempre sotto i riflettori, quindi dissimulo. Sono facile alle lacrime quando guardo film melensi: non so perché, ma mi viene da piangere". 

È ancora in contatto con la famiglia di Hunt? 

"Solo con suo fratello". 

Quali sono i suoi ricordi più belli di lui? 

"Eravamo agli antipodi, ma entrambi volevamo vincere. È triste che non sia qui ora accanto a me. È stato sfortunato: non beveva e non si faceva più da quattro anni e ha avuto un attacco di cuore. È morto troppo presto e troppo giovane. Vorrei che potesse vedere il film. Sarebbe stato il momento più bello (gli occhi di Lauda si inumidiscono)". 

C’è qualcosa che potrebbe indurla a risalire su un’auto da corsa e ricominciare a correre? 

"No. Ho provato qualsiasi tipo di macchina in ogni maniera possibile. Mi sono quasi ammazzato. Mi sono ritirato. Poi ho ricominciato. Ora non mi interessa più. Ho messo giudizio (fa un sorriso malizioso)". 

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