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Edoardo Mangiarotti, il più grande di sempre

Lo schermidore brianzolo, scomparso lo scorso maggio a 93 anni, è l'atleta azzurro più medagliato della storia dello sport italiano. Anche Londra si è ricordata di lui

Mangiarotti (a sinistra) con l'amico Ottavio Missoni (Credits: Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)

“Atleta straordinario che con le sue 13 medaglie olimpiche ha scritto pagine indimenticabili della storia dello sport italiano. I successi del maestro Mangiarotti costituiscono ancora un esempio per tante generazioni di giovani atleti e per tutto il mondo dello sport”. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha salutato così, lo scorso 25 maggio, l’ultimo viaggio di uno dei più grandi protagonisti di sempre della scherma di casa nostra, Edoardo Mangiarotti, scomparso a 93 anni per uno problema cardiaco a pochi mesi da quello che considerava da tempo l’appuntamento più atteso, le Olimpiadi di Londra.

Per chi non ha mai sentito parlare di lui – e sono in pochi, perché chi segue lo sport da vicino non può non aver avuto modo di leggere negli anni il ricordo delle sue imprese - è sufficiente snocciolare il palmares che Mangiarotti è riuscito a costruire in più di 20 anni di attività ad altissimo livello sulle pedane più importanti di tutto il mondo. Sì, perché Edoardo Mangiarotti, figlio del grandissimo Giuseppe, capostipite di una generazioni di fenomeni, è l’italiano più medagliato della storia dei Giochi olimpici. Proprio così, con 6 ori, 5 argenti e 2 bronzi ha fatto meglio di tutti. Mai nessun atleta azzurro è riuscito a fare tanto. Da qui le ragioni delle parole spese da Napolitano: “Ha scritto pagine indimenticabili della storia dello sport italiano”. Una bandiera, meglio, un mito, un riferimento costante per coloro che gareggiano con la casacca dell’Italia.

E Mangiarotti non ha fatto benissimo soltanto alle Olimpiadi, traguardo che pure basterebbe, da solo, a giustificare onori e gloria da qui alla notte dei tempi. Lo schermidore di Renate, paesino della Brianza di poco più di 4 mila anime che ha dato i natali anche all’Arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, ha raccolto negli anni anche 36 medaglie ai Mondiali di scherma (la prima, 1 oro, a Parigi 1937, spada a squadre; le ultime 3, oro, argento e bronzo, a Filadelfia 1958, spada e fioretto), e un’altra ventina di trofei tra titoli nazionali, Giochi del Mediterraneo e Universiadi. Come dire, un campione quasi imbattibile, dominatore assoluto per 20 anni di tutte le competizioni in cui si gareggiava con spada e fioretto.

Mangiarotti poteva contare su un vantaggio di tutto rispetto: era ambidestro. Poteva cioè gareggiare indifferentemente sia con la destra sia con la sinistra. Merito di papà Giuseppe, che all’età di 10 anni lo fece diventare mancino e lo trasformò in spadista. Quando si infortunava a una mano, poteva fare affidamento sull’altra, e senza perdere nulla in potenza e precisione. Aveva gioito per l’ultimo successo olimpico di Valentina Vezzali, l’altra grandissima della scherma italiana, ma con il sorriso sulle labbra ci teneva a sottolineare che “io ho vinto più Mondiali di lei… Scherzi a parte, è una fuoriclasse”. Scomparso Mangiarotti, la Vezzali gli ha restituito la cortesia. Con una dedica personale e affezionatissima nel giorno del suo 15° titolo italiano nel fioretto.  

Dello schermidore gentile e affettuoso che ha coinvolto e regalato entusiasmo a più di una generazione di atleti olimpici, restano le sue battute impareggiabili (“Sono milanista, guardo la F1 in tv e ho ancora un piccolo motoscafo, avendo praticato la motonautica; con la boxe, invece, è andata male, pur amandola: le prendevo dai miei fratelli”), certo, i suoi successi sulla pedana, il circolo della spada che porta il nome della famiglia e che si trova a Milano, e l’omaggio che gli organizzatori di Londra 2012 hanno voluto tributare a lui e a tutti i grandi protagonisti delle Olimpiadi, intitolando ad ognuno di essi una fermata della metro della city.

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