Mancini e Inzaghi
Calcio

La resa di Mancini e Inzaghi: quando Milano consuma i suoi tecnici

In due scatti la crisi di Inter e Milan. Roby: "Non siamo da Champions". E Pippo si appresta a salutare Milanello...

C'è qualcosa di sinistramente simile nell'immagine doppia di Mancini e Inzaghi accasciati dentro le loro panchine a San Siro. Foto scattate a pochi giorni di distanza e dopo due pareggi gemelli, nel senso che quello contro il Verona ha dato a Pippo la certezza di aver chiuso la sua avventura milanista mentre il punto strappato dal Cesena ha spinto Roby alla resa definitiva. Entrambi con gli occhi scavati da stanchezza e tensione, lo sguardo perso nel vuoto, qualche capello bianco in più rispetto all'autunno e la sensazione plastica di un senso di inadeguatezza. Questa Milano che fa a gara per (non) eccellere nella mediocrità è riuscita nell'impresa di consumare i suoi condottieri, uomini che avevano un credito illimitato nei confronti dei tifosi e che oggi sono controfigure delle guide di un tempo.

La resa più rumorosa è quella di Roberto Mancini perchè, a differenza del collega, porta con sè il senso del fallimento di un'utopia. Arrivato per far dimenticare i tremori mazzarriani, il Mancio ha funzionato fin qui come un'infinito petting, tante promesse e coccole senza mai arrivare al dunque. Anche la striscia delle tre vittorie consecutive che abbatteva un tabù è rimasta senza seguito. Infinite volte l'Inter è sembrata sul punto di rialzare la testa ed altrettante ha deluso, tornando da dove era partita. Questione di qualità, scelte (anche di Mancini) e carattere che non è più quello di una volta e non è ancora quello che sarà un domani. Con o senza lui in panchina? Dentro il "pensavo di fare di più" mormorato a delusione non ancora assorbita dovrebbe esserci anche un abbozzo di autocritica ed è impensabile che Thohir abbia investito speranze e soldi su di lui senza l'idea di un progetto a lungo termine.

Se Mancini, dunque, avrà e concederà una seconda chance, le mani in faccia di Inzaghi hanno il significato della consapevolezza. Sa, Pippo, di essersi giocato male la prima fiche di una carriera da allenatore che sarò probabilmente lunga e ricca di soddisfazione. Conosce abbastanza il mondo Milan per aver capito che le assenze di Berlusconi da Milanello non sono mai prive di spiegazioni, così come le presenze, e che le voci che portano i nomi dei suoi eredi non vengono dal nulla. Anzi. Pippo sa tutto e se guarda oltre non trova nulla: idee, rilanci, motivazioni. Il suo sguardo è perso non solo nel vuoto di un Milan svuotato di tutto (non solo per colpa sua), ma è anche il dubbio legittimo che attraversa un deb che era un predestinato. Cosa succede domani? Che ne sarà di Inzaghi? Risposte da cercare lontano dal prato di San Siro.

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