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Calcio

Giovanili: quella tratta di giovani di colore dall'Africa all'Italia

Così la definisce Mauro Valeri, responsabile dell'Osservatorio sul razzismo nel calcio, con cui analizziamo il fenomeno dopo il "caso Sacchi"

In quella scivolata di Arrigo Sacchi (“vedere così tanti giocatori di colore, stranieri, è un’offesa per il calcio italiano”), che a stretto giro di posta è tornato sui suoi passi per chiarire l'affondo ("non sono mai stato razzista e non lo sarò mai"), c'era anche un accenno a un fenomeno, quello dei viaggi della speranza dei giovani calciatori africani nell'Italia dei sogni, ancora tutto da riconoscere e raccontare. "Soltanto in pochissimi riescono a ottenere un ingaggio da professionisti. Per tutti gli altri, inizia il calvario”, commenta subito Mauro Valeri, dottore in Sociologia e psicoterapeuta, responsabile dal 2005 dell'Osservatorio sul razzismo e antirazzismo nel calcio e autore di numerosi saggi sull'argomento, interpellato da Panorama.it per far chiarezza sull'argomento.

C'è quindi qualcosa di poco chiaro anche dietro alla ricerca di giovani talenti dall'Africa?
“Esiste un problema di tratta sportiva, che riguarda soprattutto i minorenni. Fino a qualche anno fa il meccanismo era abbastanza disciplinato, nel senso che i procuratori portavano i ragazzi in Italia per fargli sostenere un provino e, se le cose andavano bene, tutti felici, altrimenti arrivederci e grazie. Ricordo che negli anni Novanta si parlò molto della scelta di Luciano Moggi, allora direttore sportivo del Torino, che decise di ingaggiare tre giocatori ghanesi, allora minorenni, Duah, Kuffour e Gargo. Non c'erano restrizioni in questo senso, l'apertura verso i giocatori extracomunitari era più grande. Il giro di vite imposto dalla Fifa e quindi dalla Federcalcio ha cambiato le carte in tavola e una cosa del genere non sarebbe ora più possibile. Questo non significa però che non esista il problema: perché sono ancora moltissimi i giocatori che raggiungono il nostro Paese con l'inganno, ovvero con la certezza di aver ottenuto un ingaggio da professionisti che si scopre poi essere pari a zero”.

A metterla così, pare una truffa in piena regola...
“Ci sono personaggi italiani e africani che promettono ai ragazzi più bravi di avere un futuro in Italia. Li convincono a venire nel nostro Paese per sostenere un provino, ma il viaggio in aereo è quasi sempre a loro spese e le loro famiglie sono quindi spesso costrette a indebitarsi per acquistare il biglietto aereo. Fanno il provino, poi ognuno per la sua strada. Se sono minorenni, non possono però venire rimandati per legge nei loro paesi d'origine, anche se - come dicevamo - le possibilità che riescano a strappare un contratto professionistico sono bassissime. Ed ecco che cominciano i guai. Per loro, si intende. Ma non è finita qui, perché va segnalato anche il fenomeno dei giovani che raggiungono le nostre coste con i barconi”.

Può spiegarci in dettaglio?
“I ragazzi che raggiungono l'Italia da clandestini hanno paradossalmente più possibilità di giocare nel nostro Paese, soprattutto se viene loro riconosciuto lo status di rifugiati politici. Perché la legge prevede che i rifugiati debbano essere equiparati ai ragazzi italiani. Ha seguito questa strada il calciatore camerunense Daniel Maa Boumsong, che arrivò in Italia per giocare il Torneo di Viareggio. Chiese e ottenne l'asilo politico e venne tesserato dall'Inter, con cui esordì anche in Serie A nel corso della stagione 2005-06. Ma le cose anche nel suo caso non furono affatto facili. Perché se un calciatore dichiara di aver giocato a pallone nel suo Paese d'origine, non può giocare in Italia finché non arriva l'autorizzazione dalla Federcalcio del Paese in questione. Bene, nel suo caso il Camerun gliela negò per mesi”.

Qual è però il destino dei più?
“La maggior parte di questi migranti aspiranti calciatori non riesce a trovare un lavoro che gli consenta di chiedere un permesso di soggiorno regolare. Quando va loro bene, finiscono a raccogliere pomodori e frutta per arrivare a fine giornata. Anche se erano giocatori promettenti. Ricordo il caso di un ragazzo che aveva giocato nell'Under 19 del Ghana: aveva i numeri per fare una buona carriera, ma presto si trovò di fronte a una realtà diversa e poco dopo venne arrestato per spaccio di droga a Palermo. Il problema è doppio. Parliamo di giovani che devono prendere coscienza del fatto che il loro sogno sia finito, e già questo non è facile da accettare; in più, sono costretti ad accettare lavori di ogni genere perché devono pagare il debito contratto dalla loro famiglia per farli venire in Italia”.

E' possibile intervenire per cambiare questo scenario?
“Le norme per limitare il numero dei giocatori extracomunitari avevano un obiettivo ragionevole: frenare la tratta di giovani dall'Africa al nostro Paese. Tuttavia la Federcalcio ha commesso a mio avviso un errore pacchiano: non ha fatto distinzione tra coloro che raggiungono l'Italia da minorenni e coloro che invece nel nostro Paese sono nati e cresciuti. Perché un giocatore di 16 anni nato in una città italiana da genitori stranieri deve essere messo sullo stesso piano di un ragazzo che arriva dal Camerun? Giusto combattere la tratta, ci mancherebbe, ma non ha alcun senso generalizzare”.

Quali le soluzioni per sostenere i giovani extracomunitari che non trovano spazio nel nostro calcio?
“Sarebbe necessario garantire loro un supporto psicologico adeguato per aiutarli ad accettare che il sogno è finito. Non è facile, perché la delusione spesso è grandissima. E ancora più difficile è convincerli che potrebbero avere probabilmente un futuro migliore se tornassero nel loro Paese d'origine. Anche se almeno inizialmente dovrebbero trovare il modo di convivere con lo spettro della sconfitta personale, un peso per molti di loro insostenibile”.

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