Calcio

Gli 80 anni di Giacomo Losi, calciatore e partigiano

Entrato a far parte della Hall of Fame dei più grandi campioni della Roma, l'ex libero degli anni 60 racconta la sua storia e un calcio che non c'è più

Losi

Giacomo Losi, grande campione della Roma degli anni 60 – Credits: ASROMA.IT

 Di Piero Giannico

Probabilmente il calcio è stato per Giacomo Losi un'opportunità che la vita gli ha riservato, un privilegio del dopoguerra. "Cosa vuole che ne sappiano i giovani d'oggi o quelli che vivono nella bambagia? Io portavo ai partigiani anche le bombe e i nastri di mitragliatrice. Avevo 10 anni o poco più. Ho iniziato presto a diventare uomo". Compie 80 anni un pezzo di storia della Roma, partito da Soncino alla conquista della Capitale. Simbolo di una squadra che negli anni '60 vinceva due Coppe Italia e una Coppa delle Fiere, Losi con le sue 386 partite in giallorosso nei 15 anni di militanza nella Capitale è entrato a far parte della Hall of Fame della club. Subito dopo Francesco Totti e Daniele De Rossi per numero di presenze, tanto per intenderci.

"Il mio era un altro calcio. Totti rimane il migliore in assoluto di tutti i tempi. Nel mio piccolo penso di aver lasciato una grande traccia. Sono stato fortunato, perché la gente mi ha amato e tutt'ora rappresento questa città e questi colori, pur essendo nato a Soncino". "Core de Roma" - ribattezzato dai tifosi - da bambino suonava il clarinetto nella banda del suo paese per una manciata di spicci e aveva dovuto interrompere gli studi in quinta elementare. "Dovevo aiutare i miei genitori e mi arrangiavo con piccoli lavoretti. Ho fatto anche il sarto cucendo i calzoncini della squadra di calcio che io e i miei amici aveva messo su. Il nome era tutto un programma: Virtus". Con la palla ci sapeva fare e la Soncinese lo fa esordire a 14 anni in Prima Categoria. "Il mister mi impiegava da mezz'ala e segnavo tanti gol. Poi arrivò la Cremonese e giocai da terzino. Non ero titolare, ma aggregato alla prima squadra e disputavamo l'allora 4^ serie".

Arriva la svolta. "In programma l'amichevole pre-campionato Cremonese-Brescia, una sorta di presentazione della squadra davanti al proprio pubblico. Renato Bodini, il nostro allenatore, non mi convocò. Decisi ugualmente di andare a vedere la partita. Accadde qualcosa di strano perché l'altoparlante scandì il mio cognome e corsi negli spogliatoi. Il mister aveva bisogno di me per sostituire suo figlio che si era sentito male. Mi disse di giocare da terzino destro. Divenni inamovibile. Pensi che la gente nemmeno sapeva chi fossi. Fu una partita bellissima e la loro ala sinistra non toccò palla". Poi la Roma, il grande amore. "Dalle 500 mila lire spese dalla Cremonese per acquistarmi dalla Soncinese ai 7 milioni e mezzo investiti dalla Roma per portarmi nella Capitale. A me davano una percentuale su quello che incassava la società che mi vendeva. Poi un contratto in base alle presenza, se titolare c'erano piccoli bonus, ma a discrezione del presidente. Sempre che ce li meritassimo, nulla era scontato".

Losi giocava nel campionato Riserve della Roma. Ci mise poco a diventare titolare. L'allenatore Jesse Carver lo fece giocare al posto di Eliani. Fu l'inizio della storia di Losi in giallorosso disputando 15 anni indimenticabili, 299 partite con la fascia di capitano. Una sola ammonizione in tutto. “Si, nella partita contro il Verona, quella che concluse la mia avventure in giallorosso”. Quella della definitiva rottura con Helenio Herrera. “Pensavo che lui potesse farci vincere qualcosa. A Verona perdiamo 2-0 e andiamo negli spogliatoi. In quella partita segnarono i due centravanti scaligeri Gianni Bui e Vincenzo Traspedini alti ciascuno quasi 190 cm. Herrera mi lasciò da solo nel reparto difensivo, non avevamo un’idea di gioco. Era la terza gara che perdevamo e negli spogliatoi dissi la mia. Morale della favola, da quel giorno non fui mai più convocato e la società non prese nessuna posizione. Anzi a fine campionato mi voleva regalare il cartellino e rifiutai. Fine del rapporto. Avevo appena 34 anni”. E conclude: “Bisogna onorare la maglia fino all’ultimo. Oggi conta più apparire in tv che dimostrare quanto si valga in campo. A 80 anni, guardando indietro posso dire di aver dato l’anima per la Roma, ho giocato anche da infortunato. Il mio regalo? Spero nello scudetto della Roma”.

 (twitter @pierogiannico)

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