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Calcio e ciclismo sull'altalena di gioie e amarezze

Dal sogno di Nibali e del Bayern passando per le delusioni di Osvaldo e Di Luca

Daniel Pablo Osvaldo (Ansa)

Chiamale, se vuoi, emozioni. Romanticismo? Ormai passato da tempo, in un mondo di eroi dannati come quello dello sport. Però vedere un ragazzo siciliano vincere sotto una neve fuori stagione e fuori dal tempo è stato eccitante. Tutto qui. Forse orgasmo sportivo, perché il ciclismo ci ha già tradito troppe volte per ricordare l’amore che c’è sempre stato sotto la pelle. Storie di tradimenti consumati a rotta di collo che hanno consumato il sentimento. Non l’ammirazione di chi sale e soffre su una bicicletta. E chi non ci ha provato non può capire fino in fondo. Una salita è una coltellata affondata nelle gambe e nei polmoni. Una sofferenza pura che, come diceva Marco Pantani, “la faccio così veloce perché voglio accorciarla”. Marco Pantani. Un’altra coltellata che lascia una ferita che qualche volta sanguina ancora. Sportivamente parlando. Adesso onore al siciliano, cresciuto nell’ombra di Basso e ora esposto a un sole ancora incerto a fine maggio. Strano come la neve che frustava i corridori e vago come le certezze di chi non smette di imbrogliare. E continua a pungersi con l’epo, non retribuito dalla pena di due anni di squalifica. Retribuito invece ancora dal ciclismo: quanto ha guadagnato Di Luca negli ultimi due anni? Più di noi sicuro e forse di molti di voi. E allora chi ci ha guadagnato, noi che cerchiamo brividi nello sport o lui che aveva detto di “voler insegnare ai giovani” dopo la squalifica? Confessiamo un debole per gli sprinter che vincono l’ultima tappa delle grandi corse. Giù il cappello davanti a Mark Cavendish, perché l’ultimo striscione è molto più importante del primo. Devi essere capace di soffrire per arrivare a strappare quello, come poche volte ha fatto ad esempio un mostro come Cipollini. Violentarti sulle salite per arrivare a quel traguardo è una impresa sportiva che vale una maglia rosa o gialla o con l’iride. 

Oltre i cattivi pensieri il fine settimana è stato quello del sipario. Non solo sul Giro frustato dal gelo, ma anche sul calcio che non riesce a fare a meno del suo modo di vivere bizzarro. Un allenatore licenziato a gennaio vince la Champions League, come uno provvisorio da sempre aveva già conquistato l’antica Coppa Uefa. Il trofeo più importante lo decide un uomo di cristallo, mal sopportato a Monaco e preso a schiaffoni da Ribery. I nomi li conoscete tutti: Heynckes, Benitez e Robben, olandese antipatico e fortissimo, spesso rotto a volte decisivo proprio sotto l’ultimo striscione, il più importante. Poi il derby di Coppa Italia che certifica il fallimento della Roma, di questo si tratta: da Zeman fino alla maleducazione di Osvaldo. Non c’è molta differenza rispetto all’Inter messa in croce, giustamente, con Stramaccioni licenziato. Serve pulizia, rimuovere i detriti per ripartire. Altrimenti, come è successo a molti, si finisce per rimanere a cavallo del confine tra il passato e un futuro che non arriverà mai.

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