Società

Hotel et de Milan 150 anni di notti a 5 stelle

Roberto Benigni è rannicchiato sulle scale al terzo piano, in un angoletto, ad ascoltare Daniel Barenboim che suona musiche dal Falstaff al pianoforte. Nella stanza 123 l’imperatore del Brasile Dom Pedro II, la barba come quella di Karl Marx, si arrovella allo scrittoio poco prima di firmare la Legge aurea che abolirà la schiavitù nel suo paese. L’attrice Whoopi Goldberg fa uno dei suoi sorrisi caleidoscopici e solleva il pollice in segno d’assenso, seduta al bar. Mentre David Copperfield, consolato con poca convinzione da Claudia Schiffer, si dispera perché stavolta la magia l’hanno fatta a lui, facendogli sparire il camion con tutti gli allestimenti parcheggiato davanti all’albergo. Poi c’è Giuseppe Verdi, che da qualche giorno non si sente bene e dicono che ci morirà, nell’appartamento numero 105, dove abita da trent’anni...

È capitato di tutto, la microstoria e la maxistoria, tra le stanze del Grand Hotel et de Milan, inaugurato il 23 maggio 1863 in via Manzoni, a quel tempo Corsia del Giardino, a Milano, e che oggi, sopravvissuto alle bombe della guerra e alle feste selvagge della moda, compie 150 anni. Un luogo dove è sufficiente far finta di non essere in albergo ma nell’eterno presente di uno spettacolo teatrale per sentire le voci delle anime che l’hanno popolato. O magari fermare nei corridoi Daniela Bertazzoni e farsi raccontare tutto, dalle bizze di Naomi Campbell («Una vera rompiballe») alle visite segrete di Bob Dylan, lei che ha ereditato il ruolo di gran ciambellana dal padre Manlio e ora gestisce insieme con la figlia Alissia l’unico cinque stelle lusso milanese a conduzione familiare: «Noi circondiamo gli ospiti di amore latino e molti diventano nostri amici. Se ci chiedessero di trasformare il Grand Hotel in una
catena, diremmo di no».

Più forte di una catena era l’amore per il De Milan del tenore Enrico Caruso, che registrò il suo primo disco nella stanza 306, l’11 aprile 1902, cantando 11 arie dentro un apparecchio fonografico costruito dall’azienda americana Victor portato a Milano dal discografico della Grammophon Fred Gaisberg. Ed è dedicato proprio al tenore napoletano uno dei due ristoranti dell’hotel (l’altro, più serale, è il Don Carlos), «dove s’incontrano tutti i giorni uomini d’affari e rampolli, artisti come Massimiliano Fuksas, oppure Vittorio Emanuele insieme alla famiglia, da noi a pranzo pochi giorni fa» racconta Bertazzoni.

Che negli anni Settanta, dopo un avventuroso (e presto finito) matrimonio con un ricco imprenditore peruviano, lascia Lima, torna a Milano e firma un contratto con l’agenzia di modelle Riccardo Gay per trasformare l’albergo in un nido notturno di bellezze celestiali: «Al seguito, arrivò tutto il bel mondo milanese in cerca d’avventura». E subito dopo gli stilisti, che durante la settimana della moda utilizzavano le camere come showroom privati.

Ancora oggi basta un attimo per trasformare «The Grend», come lo chiamano gli americani, in uno spazio di marketing e avanguardia: «Louis Vuitton ha affittato gli appartamenti di Verdi per un evento. Mentre Camper ha messo le scarpe alla scultura della Donna in corsa firmata da Amleto Cataldi che domina il Gerry’s bar. Per non parlare di Brian Adams, che per un suo shooting mi ha smontato una stanza intera, comprese le applique. Se mi sono arrabbiata? No, l’arte è arte. Perdo la testa solo quando gli ospiti si siedono sullo scrittoio originale dove Giuseppe Verdi ha scritto l’Otello. Con chi mi  tocca Peppino divento una pantera».

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