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Società

Lo sgambetto della normalità

Tra sgambetti e naufragi, la normalità dell'immigrazione 2.0 condanna noi occidentali a una quotidianità di isterismi e impotenza

Tra le immagini simbolo di questa odissea migratoria è entrata a pieno titolo quella di Petra Lazlo, cameraman delle televisione ungherese N1TV che, con telecamera in spalla, fa lo sgambetto a un uomo (con in braccio un bambino) in fuga dalle cariche della polizia.

Sulla donna si è immediatamente abbattuta una tempesta mediatica dall’esito scontato: licenziata in tronco.

Della sua sorte, almeno pubblicamente, possiamo star certi, non si preoccuperà nessuno. I frame che abbiamo sotto gli occhi sono troppo odiosi, il gesto troppo gratuito, stizzito, vile, e che abbia perso il posto, francamente, ci sembra il minimo.

Un ruzzolone è però poca cosa rispetto alle immani tragedie vissute quotidianamente, non solo via terra ma specialmente in mare, da moltitudini di esseri umani il cui massiccio movimento ci costringe a fare i conti con il nostro presente globalizzato e contraddittorio.

Normalità fuori dalla norma

Che uno sgambetto susciti più indignazione di un naufragio è indicativo di uno stravolgimento del concetto di normalità e la cronaca di quello che avviene in terra e in mare a incalcolabili volumi di esseri umani inchioda anche i più razionali di noi a un isterismo inevitabile.

Anche davanti al bambino ritrovato cadavere sulla spiaggia turca di pochi giorni fa la nostra soglia di attenzione si è alzata. Abbiamo vissuto come un fatto eccezionale una delle cose più tristemente normali del mondo: la morte di un bambino per cause del tutto innaturali.

Succede a migliaia e migliaia ogni giorno, una carneficina che non ha niente di occasionale, eccezionale, straordinario.

L'abitudine rende ciechi

L’abitudine a un mondo ingiusto, ingiusto in una maniera così irrazionalmente implacabile, è qualcosa che non possiamo evitare. Siamo capaci di sconvolgerci solo per immagini iconiche, ma siamo irrimediabilmente assuefatti ai dati di fatto, al punto da non riuscire quasi più a vederli.

Il caso della sgambettatrice è emblematico.

Difficile attribuire a quella donna una capacità di ferire esseri umani superiore a quella di governi e istituzioni, grandi gruppi industriali ed eserciti che ogni giorno affamano, mutilano, bombardano, abbandonano, ignorano, sfruttano, etc, etc, uomini, donne e bambini a ogni latitudine.

Però il suo gesto ci è di maggior impatto.

Penso che la ragione sia il fatto che in pochi istanti, resi immediatamente virali dai social network, ci ha costretti non tanto a empatizzare con l’uomo che cade, quanto a desiderare di prendere le distanze da chi, con indecente vigliaccheria, lo fa cadere.

È indubitabile: esistono esseri umani migliori di altri. Per nostra fortuna, non tutti noi avremmo teso quella gamba, anzi.

E quindi sì, siamo migliori di lei.

Ma i movimenti migratori a cui stiamo assistendo - posto che la storia della nostra specie umana è prima di tutto storia di migrazioni, con buona pace degli xenofobi - prescindono da appelli e leggi, finanziamenti e questioni geopolitiche, figuriamoci se non prescindono dai nostri comportamenti individuali.

Condividere su Facebook e Twitter pesanti condanne o accorate preghiere può salvarci la coscienza, ma non sposterà le cose di una virgola.

Questi migranti 2.0, che hanno perso tutto ma che stupiscono la nostra pigrizia mentale perché anche se disperati si orientano e socializzano come noi con gli smartphone, sono i volti umani di un mondo che cambia a ritmi vertiginosi e inarrestabili, e le contraddizioni - sviluppo e guerre, nuove spartizioni e resistenze ideologiche -, presupposto e conseguenza del fenomeno, non avranno alcuna soluzione immediata.

Mandiamo al diavolo quella miserabile cameramen, che se lo merita, ma cerchiamo di guardare lucidamente alla realtà: uno sgambetto in più o in meno (un bambino morto in più o in meno) non farà la minima differenza.

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