Società

Cannes: sul tappeto rosso con Sabrina

Sabrina Ferilli splende sul red carpet, e ricorda: "La volgarità diventa un’arma che riesce ad attaccare, quando un Paese non si occupa più di problemi alti"

Sabrina Ferilli

Ansia per il suo primo red carpet a Cannes? “No, per niente. Più per la finale di Coppa Roma-Lazio”. Risponde con un sorriso la splendida Sabrina Ferilli, bellezza mediterranea che ammalia i fotografi sfilando sul tappeto rosso con un abito color cioccolato di Donatella Versace, perfetto per esaltare le sue curve.

Le ha esibite generosa anche in La grande bellezza, dove la si vede entrare in scena con un numero mozzafiato di lapdance, nuda, in controluce. Gira altre scene senza veli, fatta eccezione per quella coltre di malinconia che le oscura lo sguardo, e rende la sua performance memorabile.

Cos’è la grande bellezza per Sabrina Ferilli?

E’ la vita stessa, dove i più disgraziati sono spesso quelli più vicini alla verità, a una pulizia che li rende vulnerabili, ma anche vincenti.

Con “più disgraziati” non intende i più poveri, immagino.

Assolutamente no. Vede, io ho il vizio di leggere quattro giornali al giorno da quando sono nata e l’aspetto più disarmante è che siamo tutti poveri oggi, ma poi ognuno ha minimo due cellulari, una macchina a testa, televisori a casa...

La verità: le sembra un Paese volgare il nostro?

La mediocrità c’è sempre stata, ne siamo solo tutti più saturi e più sensibili oggi, perchè la volgarità diventa un’arma che riesce ad attaccare. L'Italia era un paese tenuto unito da difficoltà enormi, come la fame, le guerre, l’ignoranza, ed erano proprio queste difficoltà che in un certo senso nobilitavano la gente. Quando quando non ci si occupa più di problemi alti, nè di cultura o di rivendicazioni civili e sociali, c’è una finta forma di benessere, che benessere non è.

Come vede oggi Roma, da romana?

E’ una città con più pelo sullo stomaco di tante: io ne sono affascinata e persa, è una metropoli che ha visto e continua a vedere di tutto e regge bene gli attacchi costanti, tra politica e tutto il resto. Ha un’anima sommersa, è come una scatola con un coperchio che copre tutto. E dentro ribolle sempre tanta vita.

E’ anche la città delle feste esagerate e sguaiate raccontate nel film, che lei attraversa con addosso solo una tuta color carne, aderente e al limite del trasparente?

Non nego che lo sia. Feste del genere esistono, ma io non le ho mai frequentate, così come tutta quella fauna mascherata e colorata che vi gira attorno. Chiamiamolo folklore.

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