Politica

Che fantasie sul tandem Scotti-Mancino

Trattativa Stato-mafia: il pentito Di Matteo dice di non sapere nulla di mandanti esterni delle stragi.

Il processo sulla trattativa Stato - Mafia – Credits: Ansa

di Massimo Bordin

Al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia è di scena la "prima Repubblica". Nelle prossime udienze saranno protagonisti Arnaldo Forlani, che tornò a essere segretario dc dal 1989 al 1992, e Ciriaco De Mita, allora leader della sinistra democristiana. Le testimonianze dovranno, secondo l’accusa, sostanziare una parte della falsa testimonianza che i pm contestano a Nicola Mancino, che nega di essere stato messo al Viminale al posto di Enzo Scotti perché meno intransigente con la mafia. Nell’ultima udienza c’è stata la seconda parte della deposizione del predecessore di Mancino. Il nodo sulla sua sostituzione non è stato sciolto. All’epoca Forlani aveva deciso che i ministri dc dovessero dimettersi da parlamentari. Una riforma da sbandierare in tempi difficili, si era in piena Tangentopoli. Scotti rifiutò di dimettersi da deputato e gli fu offerta, da De Mita, la ancor più prestigiosa Farnesina, dove rimase un mese per poi optare per il seggio alla Camera che, ha detto ai giudici, era per lui la cosa decisiva. Più della fermezza antimafiosa, parrebbe di capire. Quanto al suo successore al Viminale, Scotti ha detto di non avere elementi concreti sulla logica della nomina di Mancino.

Tutt’altro personaggio aveva animato l’udienza precedente, il pentito Salvino Di Matteo, mafioso di Altofonte. Suo figlio di 15 anni fu rapito, ucciso e sciolto nell’acido da Giovanni Brusca, che è fra gli imputati, insieme a Leoluca Bagarella. I due capimafia, ha raccontato Di Matteo, usavano la sua casa come sede per preparare la strage di Capaci e per questo, quando lui si pentì, reagirono ferocemente. Di Matteo ha parlato anche del suo amico Nino Gioè, mafioso trovato impiccato in carcere quando aveva iniziato a collaborare. Quella morte è ritenuta molto sospetta, ma Di Matteo ha detto di credere al suicidio. "Secondo me, suo fratello lo è andato a trovare in carcere per pregarlo di uccidersi, così la famiglia sarebbe stata risparmiata".
Non occorre uno psicanalista per pensare che la teoria del pentito sia influenzata dalla fine di suo figlio. Ma non per questo è incredibile. Così come può essere il rancore a fargli dire che Totò Riina, e non Bernardo Provenzano, era il capomafia che intratteneva rapporti con gli "sbirri", ma di mandanti esterni delle stragi Di Matteo non sa nulla. "L’ordine venne da Riina, dopo la conferma degli ergastoli del maxiprocesso, che altro volete che vi dica?". Tanto bastava.

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