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Riforma del Senato, così Renzi sfida la minoranza

"Chi di scissione ferisce, di elezione perisce", così il segretario alla Direzione del Pd che ha approvato all'unanimità la sua relazione sulle riforme

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Il premier Matteo Renzi parla alla direzione nazionale del Partito Democratico – Credits: ANSA/ FERMO IMMAGINE DA YOUDEM

Matteo Renzi non aveva neppure finito di parlare che il senatore ribelle per eccellenza, Corradino Mineo, già consegnava a Twitter l'estrema sintesi della relazione del segretario-premier approvata all'unanimità dalla Direzione nazionale del Pd: “Minaccia Grasso, esclude elezione diretta dei senatori poi lamenta diktat degli altri”.


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Meglio dell'ex direttore di RaiNews24 non si poteva fare. Perché, stringi stringi, è esattamente quello che ha detto Renzi davanti ai delegati del suo partito (mancavano Bersani e Casson): ha “avvertito” il presidente del Senato che in caso di apertura a modifiche delle parti del ddl Boschi già approvato in doppia lettura dovranno essere convocati i gruppi di Camera e Senato (per fargli cosa?); ha suggerito alla minoranza di scordarsi l'elezione diretta dei senatori e l'ha accusata di portare avanti da mesi un gioco al rilancio incomprensibile per la maggioranza dei militanti del Pd.

Ma c'è anche un'altra cosa che ha fatto il premier: ha evocato il fantasma di Varoufakis, l'ex ministro del Tesoro di Atene che dopo la rottura con Alexis Tsipras si era messo alla testa di una formazione di ultrasinistra che alle elezioni di domenica è sprofondata senza nemmeno aver potuto vedere la luce. “Anche Varoufakis ce lo siamo tolto” ha gongolato Renzi lanciando un avviso per niente velato alla sua sinistra: “Chi di scissione ferisce, di elezione perisce”.

La rissa interna al Pd sul Senato assomiglia a quelle già viste in passato su Jobs Act, Italicum e Buona Scuola. Come questa Direzione numero 25 assomiglia a quasi tutte le 24 che l'hanno preceduta: toni minacciosi alla vigilia, teste basse alla fine, in mezzo Renzi che in diretta streaming parla al pubblico a casa più che alla platea in sala. Sullo sfondo, e questa volta nemmeno tanto, gli unici argomenti che premono davvero a entrambi gli schieramenti: stare dentro o fuori il Pd, andare o non andare al voto.

Quello che Renzi ha concesso sul Senato delle Autonomie è una vaga disponibilità a discutere nel merito sulla composizione mentre c'è una chiusura totale su ipotesi di modifica delle parti del ddl Boschi già approvate in doppia lettura e quindi sull'elettività dei senatori richiesta dalla minoranza, i cui toni perentori, ha detto, sono da rimandare al mittente. Dopodiché, “la riforma si fa” e “se c'è qualcuno che intende interrompere questo percorso deve dirlo con chiarezza e assumersene la responsabilità”.

Tra i potenziali indiziati il premier finisce per infilare anche Piero Grasso. Avvisa che se il presidente del Senato dovesse decidere che l'articolo 2 della riforma può essere emendato tutto, quindi anche in quelle parti già approvate con doppia lettura conforme, in qualche modo ci saranno delle conseguenze. Se invece si tratta di riaprire il discorso solo sul comma 5, già emendato alla Camera e quindi di nuovo modificabile senza “dover ricominciare tutto da capo”, allora “l'accordo si trova in 12 minuti netti”.

Un accordo che, a sentire un bersaniano di ferro come Nico Stumpo, “non c'è, né scritto né orale”. Prima della Direzione di oggi, molti tra i pontieri di entrambi i fronti erano convinti di poterlo trovare ancora nei prossimi giorni visto che, sebbene la scadenza degli emendamenti sia mercoledì, il governo può proporre sue modifiche anche oltre questo termine. Ma adesso che Renzi ha escluso che saranno direttamente i cittadini a eleggere i 74 consiglieri regionali che, insieme ai 21 sindaci del territorio e ai 5 nominati dal capo dello Stato, siederanno a Palazzo Madama, alla minoranza non resta che giocarsela al Senato.

Matteo Renzi è convinto, anzi straconvinto, di avere i numeri per chiudere l'affare entro il 15 ottobre. La scommessa del premier però non è quella di riuscire a trovarli all'esterno, ma di averli dentro il suo partito. I precedenti giocano a suo favore. La minoranza è divisa al suo interno (Maria Elena Boschi ci ha scherzato su invitando i colleghi ad andare tutti insieme in pizzeria per trovare “una linea d'opposizione comune”) e ha puntata alla tempia la pistola carica delle elezioni anticipate.

Ma quanti sono e chi sono i cosiddetti ribelli pronti a immolarsi in nome del diritto dei cittadini di eleggere i propri rappresentati? Alla resa dei conti molti faranno marcia indietro. Altri, come Bersani, Epifani, Bindi o Letta prima che lasciasse la politica, andranno avanti o comunque chiederanno ai loro senatori di andare avanti. Non c'è dubbio che alcuni lo faranno perché sinceramente interessati al tema in questione. Miguel Gotor, che di mestiere studia la vita di santi e ha probabilmente maggiore confidenza di altri con le varie forme di martirio, è senza dubbio uno di questi. Si tratta comunque di una minoranza della minoranza. Gli altri hanno in testa altro: fare di tutto pur di mettere i bastoni tra le ruote a chi ha usurpato la “Ditta” anche a costo di mandare sotto il governo guidato dal segretario del proprio partito.

In un recente intervento, Michele Salvati, uno dei primi teorici del Pd, ha sostenuto infatti che ormai nel Pd esistono due partiti, il Pd versione Leopolda e il Pd versione anti Leopolda e che essi sono incompatibili perché “sostengono due linee politiche radicalmente diverse” tanto da essere comprensibile che nel corso dell’estate “si sia parlato di scissione con sempre maggiore insistenza”. Dalla festa del Pd del Lussemburgo, l'ex premier Massimo D'Alema non ha mai usato esplicitamente questa parola, ma ha detto chiaramente che “più il Pd rompe con la sua comunità più si materializza, di pari passo con la deriva centrista, la possibilità di una candidatura a sinistra”.

Ma per l'appunto, sarebbe questo il pericolo maggiore per Renzi e per il Pd della Leopolda? Con tutte le differenze del caso, l'esito del voto in Grecia con la riconferma di Alexis Tsipras alla guida del Paese, ha suggerito che, nemmeno di fronte alle privazioni imposte dall'austerity e ai diktat della Troika, il popolo ha preferito l'alternativa rappresentata dalla sinistra radicale alla Varoufakis. E Renzi non avrebbe di fronte nemmeno Varoufakis. Ma i dissidenti del Pd. Gente di cui volentieri vorrebbe dire: “ce li siamo levati”.

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