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Quello che Gallinari non potrà più spiegare

Dopo Simioni e Innocente Salvoni, muore un altro custode dei segreti del caso Moro

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Figlio di contadini Pci di Reggio Emilia, Prospero Gallinari era un comunista puro, ma dello zoccolo duro che più duro non si poteva. Più che Ernesto “Che” Guevara o Fidel Castro o il capo guerrigliero brasiliano Carlos Marighella, punti di riferimento dei rivoluzionari italiani, il suo mito era Giuseppe Stalin. Lo adorava a tal punto che il fondatore delle Brigate Rosse Alberto Franceschini, il quale nel 1970 lo aveva portato con sé nella clandestinità insieme a una trentina di giovani fuoriusciti dal Pci reggiano, s’era convinto a un certo punto che fosse un agente del Kgb, il famigerato servizio segreto dell’Urss. Vero, verosimile o falso che fosse, dalla scuola del comunismo sovietico Gallinari aveva imparato a coniugare la durezza ideologica con la disponibilità al compromesso, la rivendicazione orgogliosa delle proprie scelte, anche quelle più tragiche, con la tendenza a scendere a patti con il diavolo. E di patti deve averne stretti tanti, lui che era stato uno dei protagonisti del sequestro Moro e covava un odio feroce verso i suoi ex compagni che volevano vederci chiaro nella storia delle Br. Fedele fino all’ultimo alla consegna del silenzio, si è portato nella tomba molti dei segreti brigatisti.

Non potrà più chiarire, per esempio i suoi rapporti con l’istituto di “lingue” Hyperion, che aveva aperto una sede a Parigi, e da lì inviava direttive ai brigatisti italiani. Non potrà chiarire il ruolo avuto insieme al suo sodale Mario Moretti, altro uomo di Hyperion, nella decapitazione del nucleo storico delle  BR, con l’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini (Pinerolo, 1974), contrari all’”innalzamento del livello dello scontro” e per questo invisi ai “parigini”. Non potrà chiarire come e perché si decise, da quel momento, di passare dalle azioni di “propaganda armata” ai delitti politici. Non potrà dire chi “suggerì” ai brigatisti di sequestrare proprio Aldo Moro, e in che modo venne formalmente presa la decisione all’interno dell’organizzazione. Non potrà dire in quante prigioni era stato tenuto il presidente democristiano, quale itinerario aveva compiuto l’ostaggio dal momento del sequestro sino al giorno del ritrovamento del suo cadavere, nella Renault rossa di via Caetani. Non potrà dire, infine, chi fu davvero a uccidere Moro: si era sempre assunto lui la responsabilità di aver sparato, ma poi la colpa venne scaricata addosso a un altro brigatista, Germano Maccari. Post mortem naturalmente, dopo che questi, perfettamente sano e all’età di 50 anni, una notte di ferragosto morì d’infarto in carcere…

Molte cose avrebbe potuto dire Gallinari. Ma ora che è morto non potrà più farlo. Per una sorta di legge del contrappasso, lo hanno trovato privo di vita nell’auto parcheggiata nel suo garage. E in un garage e su un’auto, venne ucciso il presidente della Dc. Certo, era da tempo gravemente malato di cuore. E tutto lascia supporre che sia morto per cause naturali. Ma è impressionante come se ne stiano andando, uno dopo l’altro, tutti i depositari dei segreti del caso Moro. Di Gallinari, almeno si è saputo. Ma della morte per infarto, in Francia, di Corrado Simioni, il capo di Hyperion, non si sarebbe mai saputo se il cronista che firma questa nota non lo avesse scritto su facebook. E del suo braccio destro Innocente Salvoni (nipote dell'Abbé Pierre, personaggio che contendeva in Francia il primato di popolarità persino a Charles De Gaulle), morto anche lui d’infarto in Francia, un mese dopo la scomparsa di Simioni, i lettori italiani e francesi aspettano ancora di leggere la notizia: ecco, questa notizia la dà Panorama.it.

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