Luigi Lusi, capro espiatorio della guerra intestina al Pd

Luigi Lusi è in carcere, così ha deciso ieri un’Aula sorda e grigia nel clima asfissiante di un dibattito sospeso tra realtà e finzione. A suggellare le manette è stato un voto palese affinché “ognuno si assuma le proprie responsabilità”. …Leggi tutto

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Luigi Lusi è in carcere, così ha deciso ieri un’Aula sorda e grigia nel clima asfissiante di un dibattito sospeso tra realtà e finzione. A suggellare le manette è stato un voto palese affinché “ognuno si assuma le proprie responsabilità”. E dire che noi, poveri illusi, pensavamo che il voto segreto fosse posto a tutela della libertà di coscienza dei rappresentanti del popolo. Si è scelto invece di spazzar via ogni baluardo contro i diktat di partito, e 155 senatori hanno votato come diligenti soldatini. Si aprano i cancelli di Rebibbia e non si dica che noi difendiamo i malversatori.

Luigi Lusi i soldi della fu-Margherita li ha gestiti allegramente. Non è una nostra illazione, ma una sua ammissione. Ci risulta tuttavia arduo immaginare che un tesoriere possa sottrarre alle casse del partito 25 milioni di euro, come sostengono i pm, senza che un dirigente, non uno, ne abbia il minimo sentore. Ma evidentemente sarà un nostro limite. Ai pm Lusi ha raccontato di “un accordo per spartirsi i soldi tra esponenti del partito”. Ieri, dopo aver visionato i tabulati post voto, si è lasciato sfuggire: “L’abbiamo retribuita per anni e mi ha votato l’arresto”. A chi si riferiva? Alla senatrice dell’Api Cristina De Luca. Come lei ha votato così persino Enzo Bianco, che – vale la pena ricordarlo – è parte in causa nel procedimento. Diversa la scelta di Francesco Rutelli che si è astenuto. Questione di stile.

Luigi Lusi ha ammesso le sue responsabilità, ha rifiutato il patteggiamento e risponderà a processo di ogni accusa. Avremmo preferito lo facesse da uomo libero. Luigi Lusi è il capro espiatorio di un regolamento di conti interno al Partito Democratico, l’arma per portare a compimento il sacrificio umano risiede in quell’istituto dell’autorizzazione all’arresto che ormai si è ridotto a formalistico orpello teso a conferire una patente di liceità a decisioni dettate unicamente dal calcolo politico. Conviene o non conviene mandarlo dietro le sbarre? Quanto ci costa l’una o l’altra scelta? Neanche un anno fa un deputato si consegnava a Poggioreale dove avrebbe trascorso 101 giorni salvo poi scoprire dalla Cassazione che i presupposti per l’arresto preventivo non c’erano.  Allora Roberto Maroni si allenava da leader in pectore al’interno della Lega. Oggi Lusi paga il vento dell’antipolitica. Sono passati vent’anni da quel 29 aprile del ’93 quando il Parlamento negò l’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi, preludio al famoso lancio delle monetine all’uscita dall’Hotel Raphael il giorno dopo.

Ieri come allora in Senato si è esibita la piazza peggiore, la politica dell’antipolitica, la retorica contro la “casta”. Alla fine ha vinto. Naturalmente ogni parlamentare ha votato dopo la lettura scrupolosa di ogni carta, ravvisando inequivocabilmente l’esistenza di un intento persecutorio che chiamano fumus, ne siamo sicuri. La manifesta inutilità di mandare dietro le sbarre un presunto non colpevole che ha avuto tutto il tempo per inquinare le prove inquinabili, che difficilmente potrebbe fuggire né tantomeno reiterare (a meno che Rutelli non gli affidi l’Api2), questa manifesta inutilità è sfumata, inghiottita da logiche altre, superiori e invisibili. E dire che a noi, poveri illusi, pareva che nella richiesta stessa di incarcerazione ci fosse un patente intento persecutorio, un’esorbitanza da censurare e non da assecondare. A noi, poveri illusi, non resta ora che un’amara constatazione. Chissà se dopo l’esemplare lezione di ieri il Parlamento non si deciderà ad abolire l’autorizzazione all’arresto una volta per tutte. Il mercimonio della libertà personale dei parlamentari è uno spettacolo aberrante. Basta barriere difensive, tutti uguali, il carcere sia una livella, come tuonano i demagoghi. D’accordo, accontentiamoli. Nel contempo, però, il ricorso alla custodia cautelare in carcere va drasticamente limitato ai reati di sangue, mafia e terrorismo. In ogni altro caso, dietro le sbarre si deve andare soltanto a seguito di una sentenza che accerti la verità mediante contraddittorio. Prima mai, per nessuno.

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