Le “prodezze” di Prodi dall’URSS alla Cina. La memoria corta di Grillo&co

La memoria gioca brutti scherzi. Oltre allo streaming a intermittenza, il M5S ci insegna la memoria a intermittenza, perché talvolta i vuoti di memoria sono incolmabili. Dopo aver crocifisso la “Madonna Bonino” nel ruolo alquanto immaginifico della berlusconiana doc, accusata …Leggi tutto

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La memoria gioca brutti scherzi. Oltre allo streaming a intermittenza, il M5S ci insegna la memoria a intermittenza, perché talvolta i vuoti di memoria sono incolmabili.

Dopo aver crocifisso la “Madonna Bonino” nel ruolo alquanto immaginifico della berlusconiana doc, accusata delle peggiori nefandezze della politique politicienne fino a vagheggiare di intriganti legami con i circoli della finanza internazionale (ci mancava soltanto la massoneria inglese), persino Grillo ha dovuto trangugiare il boccone amaro. Emma è tra i candidati delle Quirinarie scelti dalla Rete, come usa dire.

Tra loro ce n’è anche uno che, in un primo momento, si è aggiudicato il favor dello stesso Grillo, salvo poi repentina retromarcia a causa della rivolta degli infuriati 5Stelle. Parlo di Romano Prodi, che negli ultimi giorni è diventato il candidato di bandiera di Matteo Renzi mentre il PDL ha annunciato un esilio di massa nel caso di una sua elezione al Colle.

Del resto, Prodi non risponde esattamente all’identikit del candidato “terzo”. Definirlo “di parte” è dire poco, anche se oggi la vera domanda è: di quale parte? E qui la memoria grillina fa acqua da tutte le parti (perdonate il gioco di parole). Sono infatti più d’una le ombre che si addensano sul volto bonario e sornione del professore di Bologna, ombre su cui né la stampa né la magistratura hanno mai fatto luce.

Vi ricordate la famigerata seduta spiritica del 2 aprile del 1978, quando in un casolare della campagna bolognese una tazzina di caffé indicò la località dove Aldo Moro era tenuto prigioniero? Gradoli, Gradoli. Prodi informò prontamente la polizia, ma le ricerche si concentrarono sul paesino laziale di Gradoli, e si arrivò in via Gradoli quando ormai era troppo tardi. Non si seppe mai chi fosse la vera fonte da cui Prodi aveva attinto quell’informazione cruciale. Collettivi studenteschi? Anarchici vicini alle BR? Nel 2005 affiora l’ipotesi del Kgb, ma sono e restano illazioni perché su quell’episodio nessuno ha mai fatto luce. Tanto meno il diretto interessato, che tace e sorride.

Sui rapporti col Kgb si potrebbe aprire un capitolo a parte. Li approfondisce sul Giornale Giancarlo Perna. Nel 2006 un eurodeputato britannico, Gerard Batten, dichiara di aver appreso dall’ex agente dell’Urss, Alexander Litvinenko (assassinato col polonio in un hotel londinese), che “il nostro agente in Italia è Romano Prodi”. Oleg Gordievsky, anch’egli 007 sovietico, intervistato dal senatore Paolo Guzzanti, già presidente della Commissione d’inchiesta Mitrokhin, afferma: “Non ho mai saputo se Prodi fosse o no reclutato dal Kgb, ma una cosa è certa, quando ero a Mosca, tra il 1981 e il 1982, Prodi era popolarissimo nel Kgb: lo trovavano in sintonia dalla parte dell’Unione sovietica”.

All’innamoramento sovietico è seguito in tempi recenti quello cinese. Divenuto consulente dell’agenzia di rating cinese Dagong, è possibile gustarsi su YouTube alcuni video delle performance a mandorla del professore che dispensa lezioni in lingua inglese sul perché la Cina non è il salvatore dell’Europa, fino a che punto conviene alla Cina aiutare l’Europa, in che modo la Cina può conquistare i mercati globali. Università e tv locali si sono appassionati al professore italiano dai tratti vagamente mandarini.

A dirla tutta, io non so quanto manchi agli italiani l’uomo della tentata “svendita” della Sme a Carlo de Benedetti (l’affare – che tale era soltanto per De Benedetti, non per le casse pubbliche – saltò per opposizione di Craxi); l’uomo delle mazzolate fiscali ogni volta nobilitate da alti fini ultranazionali, e che nei fatti ci hanno reso e ci rendono sempre più poveri. Forse per Prodi è il momento di restare a Beijing. Dove in fatto di socialismo reale vantano una antica tradizione, a differenza e per fortuna nostra.

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