La perp walk di Pierangelo Daccò. Trionfo della violenza

Stavolta è toccato a Pierangelo Daccò. Non siamo negli States, dove la parata del detenuto in manette è pratica consentita e consueta, sia che si tratti di Bernard Madoff o di Dominique Strauss Khan. Siamo in Italia, dove l’esposizione …Leggi tutto

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Stavolta è toccato a Pierangelo Daccò. Non siamo negli States, dove la parata del detenuto in manette è pratica consentita e consueta, sia che si tratti di Bernard Madoff o di Dominique Strauss Khan. Siamo in Italia, dove l’esposizione pubblica di un ammanettato è vietata dalla legge.

Dal ’99 vige infatti una norma del codice di procedura penale che proibisce la pubblicazione di fotografie di persone cogli schiavettoni ai polsi o sottoposte ad altri mezzi di coercizione. E’ il diritto alla privacy del detenuto, che anche se tale, indagato o imputato, colpevole o innocente che sia, è e resta innanzitutto una persona da rispettare, tanto più quando è sotto la potestà dello Stato. L’uso delle manette inoltre è soggetto a precise limitazioni a partire dal ’92, quando il legislatore pensò bene di vincolarne il ricorso a precise esigenze di sicurezza e di ordine pubblico. Come non ricordare il caso del giornalista Enzo Carra, all’epoca portavoce del leader DC Forlani, arrestato in flagranza di reato dal pm Piercamillo Davigo e condotto nella gabbia del tribunale con le manette ai polsi e una catena lunga un metro. Ah, per gli appassionati del genere, il reato era falsa testimonianza, sic. Pochi anni prima l’umiliazione della sfilata in manette era toccata a Enzo Tortora, calunniato, incarcerato e infine, come da copione, assolto.

Pierangelo Daccò era il faccendiere amico di Formigoni. Attualmente è l’unico detenuto per il crac del San Raffaele e deve fare i conti con una condanna esemplare in primo grado a dieci anni di carcere. Daccò è in carcerazione preventiva. Se esiste ancora un brandello di stato di diritto, ci chiediamo perché stamattina il cittadino Daccò sia stato tradotto in tribunale con gli schiavettoni ai polsi. Daccò era lì per esercitare un diritto costituzionale, partecipare a un’udienza, difendersi nel processo.

Invece lo hanno accolto i teleoperatori attizzati dalla forza simbolica insita nell’esibizione del “perpetrator” mostrato al mondo, che cammina con i polsi stretti. Che dire? La legge ha perso, la violenza ha vinto.

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