In memoria di Pietro D’Amico e a futura memoria

Pietro D’Amico se n’è andato così, con discrezione. E’ salito sulla sua macchina e ha preso la strada di Basilea per un viaggio senza ritorno. Non è la prima volta che si reca in quella clinica svizzera, D’Amico ha scelto …Leggi tutto

r-DAMICO-large570.jpg

L'ex magistrato calabrese, Pietro D'Amico, di 62 anni, di Vibo Valentia, morto in una clinica di Basilea, in Svizzera, dove gli è stato praticato il suicidio assistito, 13 aprile 2013. ANSA / FRANCESCO SAYA

Pietro D’Amico se n’è andato così, con discrezione. E’ salito sulla sua macchina e ha preso la strada di Basilea per un viaggio senza ritorno. Non è la prima volta che si reca in quella clinica svizzera, D’Amico ha scelto il suicidio assistito per la dipartita finale. La “dolce morte”, come la chiamano, per porre fine ad una esistenza che è diventata troppo amara per lui.

L’ex magistrato di Vibo Valentia si ritira volontariamente dalla magistratura tre anni or sono. “Questa magistratura non mi merita”, dichiara un uomo arrabbiato, che si sente vittima di un’ingiustizia. Trent’anni di onorata carriera sono macchiati, forse in modo indelebile per la sensibilità e l’integrità di D’Amico, quando nel 2007 l’allora sostituto procuratore generale di Catanzaro viene sfiorato dall’inchiesta “Poseidone” dell’allora pm Luigi De Magistris. Il numero di telefono di D’Amico finisce nei tabulati di Gioacchino Genchi, il super consulente dell’attuale sindaco di Napoli, e così viene accusato di una “fuga di notizie”. Ben presto arriva il proscioglimento: “insussistenza della notizia di reato”, “lacunoso impianto accusatorio” sono alcune delle formule usate dal giudice per spazzare via le infamanti accuse nei confronti di un servitore dello Stato di cui è notoria l’attitudine non ad orchestrare inchieste farsa, ma ad applicare scrupolosamente la legge.

Lo piangono i suoi cari e i colleghi di un tempo. A detta di tutti, D’Amico non era più lo stesso da quando si era abbattuta su di lui quella maldestra iniziativa giudiziaria. Era depresso, in certi periodi si isolava e ogni tanto affiorava nelle sue parole il vagheggiamento della dolce morte come scelta degna da rispettare.

Non si può arrestare la scelta lucida e consapevole della morte, neanche se per realizzarla è necessario superare il confine nazionale perché la legge ipocrita del nostro Paese vieta ciò che è consentito a pochi chilometri di distanza da Milano. Invece l’abuso idiota e criminale della giustizia, che spezza vite umane a colpi di infamie, arresti preventivi e annose persecuzioni, quello sì, si potrebbe e si dovrebbe arrestare. Se solo il CSM non fosse quello che è.

© Riproduzione Riservata

Commenti