Due suicidi a Teramo nel giro di 24 ore. Che cos’altro deve succedere?

A distanza di 24 ore si tolgono la vita due detenuti nel carcere di Teramo. Oggi una donna etiope di 55 anni, condannata a 18 anni di reclusione per omicidio, si è impiccata legando un lenzuolo alla finestra …Leggi tutto

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A distanza di 24 ore si tolgono la vita due detenuti nel carcere di Teramo. Oggi una donna etiope di 55 anni, condannata a 18 anni di reclusione per omicidio, si è impiccata legando un lenzuolo alla finestra della sua cella. Ieri un pescarese di 44 anni si è “autosoppresso”, come si dice in gergo, impiccandosi alle sbarre della cella.

I suicidi sono atti estremi e insondabili. Le ragioni possono essere una, nessuna e centomila. Eppure è innegabile che un dato oggettivo esista. Se un detenuto ogni cinque giorni si toglie la vita e se questi atti estremi, inclusi i tentativi non riusciti e l’autolesionismo, diventano particolarmente frequenti nei periodi più “caldi” come in estate, c’è un dato comune ineludibile.

Le condizioni cui sono costretti a (soprav)vivere gli oltre 66mila detenuti nelle carceri italiane, che potrebbero ospitarne tutt’al più 44mila, sono estreme e ripugnano alla dignità umana. A Taranto manca l’acqua, a Sassari l’acqua arriva per tre ore ogni mattina, a Catania i detenuti dal prossimo 2 luglio rinunceranno persino all’ora d’aria e ai colloqui con gli avvocati e i familiari. Che cosa chiedono? Una detenzione rispettosa della dignità umana, celle un po’ più leggere, acqua e cibo decente, più umanità.

L’estate è torrida e gli agenti di polizia penitenziaria sono 7mila in meno negli organici. “La questione dei frequentissimi suicidi in carcere ci allarma e rinnoviamo le nostre preoccupazioni al riguardo: non vediamo provvedimenti concreti per fronteggiare questa costante e frequente criticità penitenziaria”,  ha dichiarato Donato Capece, segretario del Sappe.

Ci hanno insegnato che la pena deve rieducare, che la detenzione è privazione della libertà, non della dignità. Lo dice la Costituzione, no? Eppure nelle nostre galere si muore di pena, quando di pena si tratta. 43 detenuti su 100 sono in attesa di giudizio. I nemici giurati dell’amnistia ci raccontano che l’amnistia riempirebbe le strade di manigoldi pronti a delinquere. Senonché i dati dicono che tra chi sconta la pena senza misure alternative 7 su dieci tornano a delinquere, tra chi impara un lavoro solo 1 su 100.   “Che cos’altro deve ancora succedere perché la classe politica si desti dal sonno complice di suicidi e violenze di Stato?”, se lo chiede il deputato del PDL Alfonso Papa. Ci uniamo alla sua domanda. Che cos’altro ancora?

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