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Politica

Perché Bersani non lascia il Pd

È l'anti Renzi per definizione. E non gli interessa andarsene come hanno fatto gli altri. Ma "salvare" il partito dalla mutazione genetica renziana in atto

Il prestigioso Romeo y Julieta lo ha già riciclato. Pier Luigi Bersani preferisce i sigari toscani, meno dolciastri dei cubani. Soprattutto preferisce regali che non vengano raccontati prima ai giornalisti. Così dice l'ex segretario Pd, ultimo baluardo ulivista contro l'avanzata centrista e centripeta di un Matteo Renzi che “copia Berlusconi”.

Le dolorose fuoriuscite di più di uno dei suoi fedelissimi – Fassina prima, D'Attorre, Galli e Folino poi – rappresentano segnali di smottamento della sinistra dem abbastanza preoccupanti da convincerlo a rilasciare, dopo settimane di silenzio, una lunga intervista a Repubblica.

Dove dice, in sostanza, che lui invece non se ne andrà. E che se resta non è per una “nostalgica passionaccia per la Ditta” ma perché senza il Pd il centrosinistra non esiste e non è possibile pensare di costruirlo fuori del Pd come stanno facendo altri che domani 7 novembre (anniversario della Rivoluzione d'Ottobre) si ritroveranno tutti (tranne Pippo Civati che si auto pre-scinde a sinistra prima ancora che la sinistra si ri-unisca) al Teatro Quirino di Roma per dar vita alla Cosa (cosetta?) Rossa: sellini post-vendoliani insieme a fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle, Fassina con D'Attorre e gli altri due insieme a Cofferati e cigiellini landiniani.

Orfani di Tsipras ai quali Bersani non intende aggregarsi. Perché se anche la nostalgia per la Ditta non c'entrasse sul serio, il Pd lo considera “roba” sua. “Salvarlo” dalla mutazione genetica imposta da Renzi è la sua missione. Un obbligo quasi morale, oltre che politico. Perché, è il ragionamento, per rappresentare un alternativa a lui, bisogna starci dentro.

Esattamente ciò che pensava Renzi quando, da dentro il Pd, lanciò la sua battaglia rottamatrice e per due volte sfidò Bersani alle primarie con lo stesso obbiettivo che sprona oggi l'ex segretario: proporsi come leader alternativo portatore di un'idea di partito e di Paese alternativa a quella dell'allora segretario.

È dunque in quest'ottica che può essere letto il suo atteggiamento tenuto finora nei confronti dell'operato del governo. Italicum, Jobs Act, Senato: riforme sbagliate ma non abbastanza da portarlo alla rottura. Così, se per il resto della minoranza dem la legge di stabilità “profuma di Partito della Nazione”, per Bersani non è poi “il male assoluto”. Ci sono cose buone e cose cattive. L'ammortamento al 140% sull'acquisto dei macchinari, per esempio, è una cosa buona. L'aumento del tetto al contante da 1000 a 3000 euro, i tagli alla sanità e la cancellazione della Tasi cose cattive.

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Cattive ma utili. Utili a rappresentare ciò che il Pd non deve diventare. Ossia un partito che per accontentare tutti (tutti quelli fuori dal Pd) rischia di diventare un partito senza identità. Che imbarca Verdini e lascia andare D'Attorre e con lui tutto un pezzo d'elettorato pronto a gettarsi nelle braccia di Grillo. Come rischia di accadere a Roma se mai dovesse compiersi quel patto trasversale tra Pd e Forza Italia intorno ad Alfio Marchini ultimamente caldeggiato da un'esponente di Ncd come Beatrice Lorenzin.

Bersani non vuole il Partito della Nazione, ma nemmeno vuole cambiare casa. Non sono lui ed altri che devono andarsene dal Pd, ma il Pd che non deve andar via da se stesso. Per questo lui resta, per rivendicare la storia precedente del partito e dell'Ulivo che Renzi tende a denigrare, a suo avviso, ogni volta che può come quando all'inaugurazione di Expo si è “dimenticato” di ringraziare Romano Prodi.

L'idea di Pd che Bersani si intesta è, nella sua visione, quella di un partito di centrosinistra, civico, riformista e moderno, non “pigliatutto” come quello di Renzi che vuole occupare il vuoto che si creerebbe, o si è già creato, al centro con un'eventuale "salvinizzazione" totale di Silvio Berlusconi. Ma il limite di Bersani è proprio in quell'aggettivo “moderno”.

Un'epoca della storia già passata. Perché il Partito di Renzi non ambisce a essere solo “pigliatutto”, ma anche contemporaneo. Un vantaggio per il premier che infatti insiste nel far passare quella di Bersani come una battaglia soprattutto di retroguardia.

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