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ll servizio civile compie 15 anni e festeggia al Quirinale

Il sottosegretaro alle Politiche sociali Bobba, ex obiettore di coscienza: "Il nostro è un modello da esportare"

volontariato

– Credits: Thinkstock.it

«Il Servizio civile italiano è un modello da esportare». Parola di Luigi Bobba, sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali, ex obiettore di coscienza (non pentito), incaricato di seguire proprio la materia tanto cara al premier Renzi, che sembra viaggiare a gonfie vele. Eppure c'è un «ma» in agguato, che lo stesso esponente di governo non nasconde: «Vorrei che un giorno tutti i giovani che lo desiderano potessero avere l'opportunità di fare questa esperienza». Per il momento, invece, la domanda è nettamente superiore all'offerta e non ci sono risorse necessarie a soddisfarla interamente.

Il 3 marzo gli operatori del settore, insieme a 200 giovani e a diversi rappresentanti istituzionali, sono stati ricevuti al Quirinale dal presidente Mattarella per celebrare i 15 anni dell’istituzione del Scn, il primo in Europa organizzato su base volontaria, tanto che Francia e Germania sono costrette per una volta a inseguire. Eppure nel nostro Paese si ricorda soprattutto la funzione originaria di alternativa alla leva militare, nonostante dal 2004, una volta abolita l'obbligatorietà dal governo Berlusconi, le regole di ingaggio siano totalmente cambiate. Panorama ha provato a capire con Bobba cosa è diventato oggi il Servizio civile nazionale e cosa potrà diventare in futuro, visto che questo settore è una delle «storiche» priorità dell'attuale capo del governo.

Sottosegretario, chiariamo subito un punto: il servizio civile è un lavoro?

Assolutamente no, perché non c'è un contratto ma un rapporto che vede insieme lo Stato, il giovane e l'ente pubblico o privato che lo ha selezionato, formato e preso in servizio

Un tempo era il modo per aggirare la “naia”, ma da quando non è più obbligatoria come è cambiata la prospettiva?

Il servizio civile è stato istituito quando è stata abolita la leva militare, ma conserva un forte legame con quell'articolo 52 della Costituzione, che parla di difesa della patria. In questo caso si tratta di una difesa non armata, con mezzi non violenti. Una difesa dalle molte ingiustizie, dalle diseguaglianze, dalle esclusioni, dagli sfregi al nostro patrimonio ambientale e culturale. Tutto quello che, insomma, che contrasta i valori di equità, solidarietà, integrazione, inclusione. Credo che questi giovani siano ambasciatori di certi valori, ma non in astratto o a parole, attraverso esperienze concrete.

In concreto, cosa fanno questi giovani?

Anche io sono stato un obiettore di coscienza. È un'esperienza di impegno civico e volontario. E sottolineo volontario, perché non è obbligatorio come quando era alternativo a quello militare. È un modo per i giovani di mettersi alla prova, aprire i propri orizzonti e la propria visione su realtà, problemi, difficoltà che forse non aveva mai esaminato prima. Ed è anche una straordinaria occasione di acquisire un senso di impegno civico, di appartenenza ad una comunità avendo la possibilità di sapere che il proprio impegno può essere d'aiuto a qualcun altro. Questo permette anche di guardare con occhi nuovi alla propria prospettiva professionale e lavorativa. Insomma, un modo di vivere un anno che, come dice il nostro spot, può essere 'utile per gli altri, ma utile anche per te.

Non è un anno «buttato» come ai tempi del militare, insomma.

Quella del Servizio civile è un'esperienza con tre valenze. La prima è il servizio di utilità alla comunità a cui si è iscritti, quindi alla realizzazione del progetto per cui si è stati scelti. La seconda è di formazione personale all'impegno civico, alla dimensione volontaria e anche all'acquisizione di competenze, capacità anche di tipo non scolastico e formale. La terza è la positività di un'esperienza, sia per la propria vita che per avere qualche opportunità in più nel proprio itinerario professionale.

A proposito, quanto costa agli italiani il Scn?

Più o meno, tra l'indennità di 433 euro e le spese di funzionamento, come assicurazioni e formazione, ogni giovane costa circa 5.500 euro all'anno. E ad oggi il servizio ha una durata fissa di un anno, mentre nella proposta di riforma che è al voto della commissione Affari costituzionali del Senato c'è una flessibilità tra gli 8 e i 12 mesi.

Una bella cifra.

Dipende dal numero di giovani che si vuole ingaggiare. Il presidente Renzi ha detto che entro il 2017 dobbiamo arrivare a 100.000 giovani all'anno, ovvero un quinto di una generazione, dunque un investimento importante sia dal punto di vista economico, sia di prospettiva sul capitale sociale del paese. I tanti soggetti non profit e associativi, volontari, cooperativi, mutualistici che ingaggiano questi giovani (sono circa 8.000 gli enti accreditati) possono, da un lato realizzare un progetto inserendo i volontari e dall'altro fare una buona formazione aprendo le strade dell'impegno civico, associativo, volontario ad un numero più grande di persone. Credo che per lo Stato sia un investimento importante, perché avere una rete di organizzazioni volontarie, civiche, mutualistiche migliora la qualità della vita di una comunità.

Nonostante la formazione, l'incrocio con programmi tipo “Garanzia giovani”, la disoccupazione giovanile continua ad aumentare, mentre per l'Ocse siamo addirittura il terzo paese con il tasso più alto dopo Spagna e Grecia. Cosa non sta funzionando?

Nell'articolo di riforma della legge istitutiva, che compie 15 anni, abbiamo inserito la regola che al termine del servizio venga rilasciata una certificazione delle competenze. È un modo per far sì che resti una traccia 'spendibile' di quello che è stato fatto: ti sei misurato con dei progetti e hai acquisito delle capacità, lo Stato ti restituisce qualcosa che poi puoi utilizzare nei successivi passaggi formativi o professionali. Inoltre, subito dopo Pasqua mi arriveranno i risultati di un'indagine sui giovani che hanno finito il servizio civile a metà dello scorso anno, per capire se quell'esperienza di servizio è stata positiva anche nel successivo inserimento in un percorso lavorativo”.

Quindi non esiste ancora un quadro di ciò che accade una volta finito il servizio?

Abbiamo i risultati di una ricerca fatta dal Censis circa un anno fa, prendendo in considerazione gli 800 giovani che avevano fatto il servizio civile all'estero: avevano un tempo di attesa nell'inserimento lavorativo più basso rispetto alla media generale dei loro coetanei, ma soprattutto avevano trovato delle attività più congrue alle loro aspettative e alla loro formazione precedente. Come dire, avevano fatto un servizio utile per qualcuno, ma si erano anche rafforzati nelle loro competenze e capacità e questo gli aveva dato più opportunità anche sul mercato del lavoro. Poi ci sono anche delle indagini territoriali per i giovani che hanno svolto servizio nelle cooperative sociali di tipo B, quello per inserimento di persone svantaggiate, che per circa un terzo sono stati poi ingaggiati dalla stessa cooperativa.

Eppure i dati del ministero dicono che negli ultimi 3 anni il Scn ha avuto un “trend fortemente positivo”: si è passati dai circa 900 volontari nel 2013 ai quasi 14.000 nel 2014, sino a sfiorare quota 50 mila nel 2015.

Ahimè, in questi 15 anni non sono mai state fatte ricerche a largo raggio sui giovani. Adesso, però, abbiamo una batteria di ricerche che usciranno proprio nel 2016 che ci daranno il polso della situazione, anche per poter tradurre poi la riforma in modo più efficace. Perché credo che dobbiamo ascoltare questi giovani. L'anno scorso ho chiesto al professor Rosina, che si occupa di stilare proprio questo tipo di report, un focus sul Servizio civile dove si evidenziava che i giovani che conoscevano meno il servizio civile guarda caso erano i cosiddetti Neet (i giovani che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che non seguono corsi di formazione, ndr). Eppure in quel bacino c'era una domanda potenziale molto rilevante, anche se poi bisognerà vedere se potrà tradursi in domanda reale. Questo, però, ci fa capire che se diamo delle opportunità, i giovani non si voltano dall'altra parte”.

Sì, ma nel frattempo su quali numeri lavorate?

Nel 2015 abbiamo messo in campo opportunità per 49.000 giovani e le domande presentate sono state circa 150.000, ben più delle 80-90.000 del 2014. Insomma, l'offerta ha tirato la domanda. Ribadisco: se siamo capaci di trovare le risorse per poter offrire un'opportunità, i giovani la colgono al volo”.

Il servizio civile necessita di accordi ben precisi tra Stato centrale ed enti locali, non solo soggetti no-profit. La riforma del Titolo V o la legge Delrio Province, hanno portato qualche vantaggio o ne hanno tolti?

Con la riforma del Titolo V non abbiamo avuto modifiche sostanziali. Il Servizio civile si chiamerà universale e non più nazionale, proprio perché lo Stato prende l'impegno programmaticamente di assicurare a tutti i giovani che lo chiedano una disponibilità per consentire loro di fare questa esperienza. Poi ci sono una decina di Regioni che hanno deciso di promuovere una servizio civile a carattere locale con risorse proprie, che non è alternativo a quello nazionale ma complementare e va spesso a sopperire a quelle domande e a quei bisogni. Dopo l'evento al Quirinale convocherò tutti gli assessori regionali competenti in materia per costruire un programma condiviso, dove l'elemento cardine resta lo Stato centrale, ma in modo complementare ci sono anche queste legislazioni regionali che vanno ad integrare ed offrire altre opportunità per dei giovani che vogliono fare il servizio civile”.

In futuro sarà possibile anche utilizzare questi giovani, adeguatamente formati, in zone che escono dalle guerre? Per essere chiari: è pensabile vederli in azione in Afghanistan, Iraq o un domani anche in Siria nelle fasi di ricostruzione?

Da più di un anno e mezzo il Parlamento ha approvato una norma che introduce in via del tutto sperimentale i 'Corpi civili di pace' per interventi in zone di conflitto, a rischio di conflitto o nella fase post conflitto. O zone dove ci sono state emergenze ambientali. Poco meno di due mesi fa ne abbiamo lanciato il bando per questi corpi, dopo aver strutturato un programma con il ministero degli Affari esteri, e ora gli enti che hanno presentato i progetti selezioneranno i primi 100 giovani, anche se questo provvedimento prevede l'ingaggio di circa 500 giovani. È una sperimentazione, che ovviamente presenta elementi di prudenza perché si tratta di zone che hanno delle problematicità più elevate, ma attraverso la quale l'esperienza viene rafforzata da una formazione più qualificante e prolungata, e dove le nostre ambasciate avranno un ruolo di maggiore attenzione. Vedremo al termine di questa sperimentazione se sedimentare questi corpi civili di pace da impiegare laddove ci siano stati conflitti, quando sono in una fase di risoluzione, sia nelle zone dove ci sono state emergenze ambientali. Quindi, la risposta è un sì, ma con la prudenza di vedere come siamo capaci di governare e indirizzare questa sperimentazione.

Dove andranno questi volontari?

Con l'ausilio del ministero degli Esteri sono stati selezionati 25-26 paesi dove gli enti potevano presentare i propri progetti, ad esclusione di quelle zone dove la situazione è talmente complicata da mettere a rischio la sicurezza di questi giovani. Ma gli interventi possono avvenire anche in Italia. Ad esempio, uno dei progetti verrà fatto nella Terra dei fuochi, che non è una zona di guerra, ma un luogo dove si è verificata un'emergenza ambientale.

La riforma del terzo settore è un chiodo fisso del premier da anni, ma in Parlamento stenta ancora a decollare, anche se ora sembra che lo stallo si stia sbloccando. La materia aveva bisogno di più tempo per essere elaborata a fondo o non tutti nella maggioranza la pensavano allo stesso modo di Renzi?

Ci sono delle diversità di vedute, ma non tali da impedire di concludere il percorso in tempi più ravvicinati. Semmai è il bicameralismo perfetto che ha delle strade sempre un po' 'tortuose' prima di arrivare alla meta. Eppure la Camera era stata abbastanza sollecita, iniziando la discussione ad ottobre 2014 per poi approvare il testo ad aprile in prima lettura. Il Senato, invece, è stato più lento, anche se mi sarei aspettato un passo altrettanto spedito. Proprio giovedì 3 marzo inizieranno le votazioni sugli emendamenti in commissione Affari costituzionali e ad aprire il testo arriverà in aula, mentre la terza ed ultima lettura alla Camera, che è un passaggio formale, sarà entro maggio. Io spero che non ci siano altri ostacoli, altre fiducia, altre riforme costituzionali, altre unioni civili a fare da imbuto...

Per una volta l'Italia è prima in Europa. Com'è la situazione nelle altre nazioni?

I francesi si stanno dando un gran daffare. Loro sono partiti nel 2006, in netto ritardo rispetto a noi che abbiamo iniziato nel 2001, ma soprattutto dopo gli attentati a Charlie Hebdo e Parigi, Hollande ha deciso di spingere molto sul servizio civile, fino ad arrivare a 150.000 giovani francesi in servizio. Noi firmeremo un accordo di collaborazione con il governo francese per fare un esperimento di servizio civile bi-nazionale limitato a circa un centinaio di giovani, che ne svolgeranno una parte in Francia è l'altra in Italia. Questo progetto apre così ad un altro punto contenuto nella riforma, quello in cui si potrà svolgere il servizio facendo due mesi di esperienza in un altro paese dell'unione europea. In qualche modo abbiamo iniziato a dare forma alla prospettiva del Servizio civile europeo (anticipato dal progetto sperimentale Ue 'Ivo4All', avviato in partnership con Francia, Regno Unito, Lituania e Lussemburgo, ndr), quello che ho definito come un 'Erasmus' del servizio civile.

Dove noi saremo i maestri e gli altri gli allievi...

L'Italia è il paese che ha maggiormente strutturato questa esperienza, sia per il tempo che per il numero di giovani coinvolti, però anche altri si stanno mobilitando. Tra qualche mese avremo la visita di una delegazione governativa della Svezia, che non ha un servizio civile, ma vorrebbe capire come funziona il nostro: ciò significa che abbiamo una buona esperienza che si può anche esportare. Sono convinto che offrire questo tipo di opportunità ai giovani europei sia molto più di aiuto rispetto alle burocrazie, ai trattati e ai regolamenti. Oltretutto, questa prospettiva serve anche a creare quella identità e quella comune appartenenza europea che oggi è piuttosto faticosa.

E come l'hanno presa i governi degli altri Paesi Ue?

Quando avanzammo questa proposta alla fine del semestre presidenza italiana del Consiglio europeo, devo dire che fu accolta con molta simpatia. Ora, tra la simpatia e il costruire un percorso che preveda l'individuazione di una base giuridica per il Servizio civile europeo, la predisposizione di risorse come è accaduto per altri progetti (vedi l'Erasmus) e la creazione di una cultura comune tra i diversi paesi, molti di questi senza alcuna esperienza in materia, soprattutto quelli dell'Est, il viaggio non sarà brevissimo. Ma il primo passo è stato fatto.

Eppure qualche aspetto critico ce lo deve pur avere il Servizio civile nazionale.

Perché il tavolo stia in piedi serve che ci siano uno Stato centrale che detti le regole, dei giovani che abbiano buona motivazione ma anche degli enti capaci di costruire e gestire questi percorsi. E visto che sono aumentati moltissimo gli enti accreditati, voglio capire le qualità e l'efficacia di questi 'battaglioni' che abbiamo sul campo. Ecco perché nel 2016 sto facendo fare un lavoro di monitoraggio per capire la qualità e l'investimento che fanno in selezione, formazione e ingaggio dei giovani. L'intento non è vessatorio, ma è quello di aiutarli ad evolvere. Un altro aspetto critico è che oggi ci sono una pluralità di soggetti in tantissimi campi, invece vorrei provare a selezionare quelli che hanno dato i migliori risultati per orientare la programmazione futura. Ovvero far sì che ciò che viene fatto bene da un soggetto, pubblico privato che sia, possa diventare fattore comune anche per altri. Finora questo lavoro non è stato fatto, ma potrebbe essere un modo per accumulare le buone pratiche e farle diventare non più solo elemento positivo per uno, ma per tutti. Il terzo aspetto critico è che le domande sono nettamente superiori alle opportunità che finora siamo stati in grado di offrire. A me piacerebbe giungere al risultato che lo Stato, o gli enti regionali, possano concedere a tutti quelli che lo desiderano l'opportunità di poter fare il servizio civile.

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