Politica

Il piano per il Mezzogiorno di Matteo Renzi

Un seminario ad hoc e un masterplan firmato PD che anticipi la legge di stabilità. Cercando di recuperare 100 miliardi di fondi europei non spesi

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Il primo minsitro italiano Matteo Renzi – Credits: ANSA

Un masterplan a settembre per il Sud, cercando di sbrogliare anche la complicata matassa dei quasi 100 miliardi di fondi Ue non spesi.

Matteo Renzi lancia così la sua offensiva sul Mezzogiorno, slegandola dal racconto di un'emergenza permanente e "parando" quella carica dei governatori del Sud che, fino a qualche giorno fa, si presentava come un'ulteriore minaccia all'equilibrio del Pd.

Ma, in una Direzione nazionale infuocata, le frizioni interne ai Dem si attenuano davanti alla "grande questione" del Sud. Una questione sulla quale è il momento di "rottamare il piagnisteo" e puntare su interventi mirati e concreti, è il refrain del premier e segretario.

In vista della ripresa dei lavori dopo la pausa, Renzi traccia il binario sul quale muoversi: prima un seminario ad hoc, nell'ultimo weekend della Festa dell'Unità a Milano. Poi, il 15-16 settembre, il varo di un masterplan targato Pd (e governo) che anticipi la legge di stabilità.

E il premier lancia già qualche pillola di intervento. "Non basta che la Tav, che è stata una grande intuizione, si fermi a Eboli. Bisogna portarla a Bari e in Calabria", spiega Renzi annunciando, allo stesso tempo, che "in 3 anni andremo a togliere le ecoballe" dalla terra dei fuochi.

A tutto ciò vanno aggiunti gli investimenti per i cantieri e per le infrastrutture portuali, gli stanziamenti per la rete stradale e gli interventi per fronteggiare le crisi industriali non risolte.

Ma è il concetto che Renzi ribadisce più volte, quando si parla di Sud, non bisogna più affidarsi al "piagnisteo", ad un racconto solo negativo, e alla "retorica autoassolutoria del Sud abbandonato". Una retorica, è la sua stoccata, che "concorre alla crisi del Sud" e non tiene conto del fatto che a mancare "non sono i soldi ma la politica".

Anche per questo il premier non dimentica quel Sud che funziona, illustrando una sorta di percorso a tappe che va dalla raffineria Eni di Gela allo stabilimento Rolls-Royce in Irpinia, fino alla Fiat di Melfi e all'Ilva di Taranto. Il racconto, insomma, deve tener conto del fatto che il governo "ha fatto gia' tantissimo" e che "l'Italia è ripartita, il Sud ha tutto per farlo".

Parole, quelle di Renzi, che mitigano chi, nella sinistra Pd pensava "all'ennesimo spot". Mentre tra i renziani si fa notare come, soprattutto gli interventi di Vincenzo De Luca e Mario Oliverio, abbiano sgonfiato il malcontento dei governatori Pd del Sud emerso in questi giorni. Del resto, laddove Renzi chiede di "non piegare il Sud a fini correntizi", Roberto Speranza, tra i leader della minoranza, si dice d'accordo, lancia l'idea (accettata) di un gruppo di lavoro e auspica "una sterzata del governo", trovando sul punto il disaccordo del premier che rivendica di non essere rimasto con le mani in mano.

E se l'intervento di Renzi trova la netta opposizione di FI ("solo proclami, noi abbiamo vero piano") qualche malumore emerge anche in Direzione, come quando il governatore della Sicilia, Rosario Crocetta quasi "ruba" il palco al premier,  e poi affonda: "Non ne vogliamo di assistenzialismo, non abbiamo bisogno dei soloni di Milano e forse manco di quelli di Roma". Mentre, dal governatore pugliese Michele Emiliano, arriva un intervento che è anche un appello: "Di questioni correntizie non ce ne frega nulla, abbiamo bisogno di condividere la strategia, e vedrai di cosa siamo capaci".

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