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Chi è Enrico Giovannini, Ministro del Lavoro

Tecnico, è uno dei dieci saggi scelti dal Presidente Napolitano un mese fa. Una storia di successo come Presidente dell'Istat. Ora non dovrà solo menzionare i numeri drammatici dell'emergenza lavoro. Ma risolverli

Enrico Giovannini, Ministro del Lavoro nel Governo Letta (Credits: PAOLA ONOFRI / Imagoeconomica)

Dei quattro “tavoli” di studio istituiti da Giulio Tremonti nell'inverno del 2011 per avviare le riforme strutturali dell'economia che poi l'incalzare della crisi vanificò, quello forse più complesso venne affidato al coordinamento dell'allora presidente dell’Istat Enrico Giovannini e venne incaricato di scandagliare - come non era mai stato in precedenza neanche tentato - la cosiddetta “economia non osservata”: il nome forbito dell’economia sommersa, dello sterminato “nero” italiano, quello che proprio l’Istat prudenzialmente stima nel 16,9% del Pil.

L’idea che Giovanni & C. misero a fuoco è quella che il sommerso cambia di anno in anno anche anti-ciclicamente (cioè: peggio vanno le cose e più si evade, per salvare reddito) il che comporta la necessità di monitorare annualmente tutti gli indicatori necessari per capire se l’economia sommersa sta crescendo o sta diminuendo, in modo da orientare meglio le azioni utili per farla emergere.

Questo per dire che il neo-ministro del Lavoro è uno che l'economia italiana la conosce davvero bene, come solo uno che abbia guidato il massimo istituto di statistica nazionale può fare. E averlo guidato anche in una “rivoluzione silenziosa” interna dell'organizzazione, che ha portato poi, proprio con il censimento 2011, a una digitalizzazione quasi integrale della raccolta di dati, con l'obiettivo di giungere da un lato a un drastico taglio dei costi - perfettamente ottenuto - e dall'altro a porre la premessa per monitorare annualmente il flusso dei dati e non più ogni dieci anni.

Ma come la pensa, Giovannini, sui problemi del lavoro italiano? È d'accordo con la “flexecurity” predicata, per esempio, da Pietro Ichino, la ricerca di nuovi equilibri tra flessibilità e garanzie, o ha più inclinazione verso i metodi tradizionali della concertazione all'italiana, con gli steccati dei contratti nazionali e la stella fissa dello Statuto dei lavoratori?

Si sa quel che Giovannini ha scritto, insieme con gli altri “saggi” insediati da Napolitano un mese fa, sul documento programmatico per l'emergenza dell'economia: “Gli interventi sul mercato del lavoro devono essere adottati in un’ottica complessiva, valutando i pro e i contro delle diverse soluzioni, attraverso un dialogo continuo con le parti sociali. Per questo, il Gruppo di lavoro ha scelto di concentrarsi esclusivamente su alcune possibili e circoscritte proposte volte a migliorare condizioni particolarmente negative che interessano alcuni settori della popolazione quali le donne, i giovani e i lavoratori a basso reddito, segnalando anche l’urgenza di migliorare le relazioni industriali (condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per rafforzare la coesione sociale). Poiché l’attesa ripresa di fine anno sarà caratterizzata per un certo periodo di tempo da incertezze sulla sua durata e intensità, vi è il rischio che le imprese siano estremamente prudenti nel procedere ad assunzioni a tempo indeterminato: per questo sarebbe utile riconsiderare le attuali regole restrittive nei confronti del lavoro a termine, almeno fino al consolidamento delle prospettive di crescita economica”.

Dunque, torneranno regole più elastiche sul lavoro a termine. E poi? Poi un'innovazione che piacere a tutti: un credito d'imposta per il lavoro meno retribuito. Occorre “destinare qualunque sopravvenienza finanziaria possa manifestarsi nei prossimi mesi alla priorità dell’emergenza lavoro e del sostegno alle persone in grave difficoltà economica”, scrivono i saggi nella loro relazione. “Inoltre, si segnala l’opportunità di fruire, a partire dal 2014, del nuovo fondo istituito dall’Unione europea proprio per agevolare l’occupazione dei giovani, specie nelle aree geografiche economicamente più in difficoltà.Una misura possibile consiste nell’introdurre un credito di imposta per i lavoratori a bassa retribuzione. Esso non solo risponderebbe a esigenze equitative, ma potrebbe risolversi anche in un incentivo alla partecipazione del lavoro”.

Diciamo la verità: se si concretizzasse anche solo quest'ultima misura, per l'occupazione in Italia sarebbe senz'altro una boccata d'ossigeno.

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