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Politica

Emiliano e Orlando: identikit dei due sfidanti di Renzi

Agli antipodi per storia e carattere, entrambi puntano alla guida della sinistra dem dove per ora resta un unico leader

Dopo giorni di tormentata indecisione, con minore sorpresa di quanta deve averne suscitata tra gli scissionisti, Michele Emiliano ha ufficializzato ieri nel corso della Direzione del Pd la sua decisione di rimanere nel partito e di candidarsi alla guida dei dem.

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Andrea Orlando dovrebbe invece sciogliere la riserva tra oggi e domani ma la sua candidatura alla segreteria è data praticamente per certa. Altri nomi potrebbero farsi avanti nei prossimi giorni ma la partita sarà a tre e se i sondaggi danno Matteo Renzi nettamente in testa a tutti gli altri possibili sfidanti, per determinare quale sarà il futuro assetto del Partito Democratico sarà fondamentale il risultato che riusciranno a ottenere il presidente della Puglia e il ministro dell'Interno nella battaglia congressuale.

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Il più votato tra i due sarà infatti il futuro leader della minoranza interna e trattandosi di due figure profondamente diverse e distanti per storia personale, percorso politico, qualità umane e dialettiche, reti di rapporti, completamente diverso sarà il modo con cui Matteo Renzi (se confermato appunto segretario) dovrà rapportarsi all'uno o all'altro e quindi anche il tipo di discussione che potrà svilupparsi all'interno del partito nei prossimi anni.

Michele Emiliano
Nonostante la sua candidatura rappresenti il principale argine all'operazione tentata dai fuoriusciti di delegittimare il congresso, e quindi un successo per Matteo Renzi, il primo assaggio dei toni che assumerà nei prossimi mesi di campagna congressuale, Michele Emiliano l'ha offerto ieri proprio nel corso della Direzione quando ha accusato proprio Renzi di aver provato a cacciarlo da casa sua, di essersi inventato un “congresso con rito abbreviato” e addirittura di essere “il più soddisfatto della scissione”.

Non solo. In un'intervista a Il Corriere della Sera ha definito l'ex premier “anaffettivo. Napoleonico”. Dopo l'eNews di ieri, Renzi non ha replicato e dalla California, dove è volato l'altro giorno, ha riportato sul suo blog l'entusiasmo per l'incontro con il geniale imprenditore della green ecnonomy Elon Musk, il tema delle energie rinnovabili e il sogno di rendere possibile la vita su Marte.

Cosa pensi di Emiliano si è capito dallo sguardo che gli ha riservato quando al termine del suo intervento in Assemblea nazionale gli è andato a stringere la mano: non lo sopporta (dalle trivelle in poi) ma nemmeno lo sottovaluta. Se a guidare la minoranza interna nei prossimi quattro anni dovesse essere proprio lui, lo scontro interno tornerebbe a vertere più sulle persone (nel tentativo di demolirsi a vicenda) che sui temi e potrebbe raggiungere livelli di guardia simili a quelli che hanno portato alla rottura di questi giorni.

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In un frame un momento della sequenza della stretta di mano tra Matteo Renzi e Michele Emiliano al termine dell'intervento del governatore della Puglia all'Assemblea Nazionale del Pd, Roma, 19 febbraio 2017. – Credits: ANSA/ALANEWS

“Magistrato di frontiera” (in aspettativa da 13 anni), come si definisce lui stesso, Emiliano entra in politica da sindaco di Bari. Con la nascita del Pd, nel 2007 diventa segretario regionale del partito in Puglia. Dal 2015 è presidente della Regione. Viscerale, istintivo, diretto, dialetticamente istrionico, molto simile in questo senso a Beppe Grillo (anche se ha dichiarato di voler essere un Che Guevara), Emiliano punta a fare breccia proprio tra l'elettorato dem più sensibile alle istanze grilline. Un punto di forza che ha però anche un risvolto della medaglia: la maggioranza degli iscritti e simpatizzanti Pd detesta il Movimento 5 Stelle ma nemmeno ha dimenticato lo scandalo delle cozze pelose in cui Emiliano fu coinvolto nel 2012. Inoltre è probabile che, per punirlo del suo tradimento, gli scissionisti scateneranno le loro truppe e le spediranno in massa a votare per l'altro candidato della sinistra, Andrea Orlando.

Andrea Orlando
“Se servisse a tenere unito il partito – diceva Orlando alla vigilia dell'ultima Assemblea - la mia candidatura sarebbe già ufficiale”. Adesso che il partito si è rotto e che il Guardasigilli non ha ancora fatto il grande passo, in tanti lo stanno pressando affinché si decida. L'appello è a non permettere che sia Emiliano l'unico candidato della sinistra: “non possiamo lasciarla in mano a lui”.

Il leader della corrente dei Giovani Turchi non è un tipo avventato. Non vuole fare figuracce: si candiderebbe solo se fosse certo di poter ottenere un risultato ragguardevole in grado di garantirgli un ampio spazio di manovra interna. Per questo nelle ultime ore sta consultando i sondaggi e confrontando con le persone a lui più vicine.

Vincere nei gazebo è per lui quasi impossibile, ma la differenza può farla il voto nei circoli. Intorno alla sua candidatura si raccoglierebbero molti esponenti di spicco della sinistra del partito: da Gianni Cuperlo a Maurizio Martina, da Anna Finocchiaro a Cesare Damiano, dal Nicola Zingaretti all'ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti intenzionato, parrebbe, a consegnare proprio a lui il controllo dell'intero patrimonio degli ex compagni (mai trasferito al Pd) e blindato al momento in 56 fondazioni.

Gli ex bersaniani rimasti nel Pd non dovrebbero avere dubbi. Di lui, inoltre, ha grande considerazione un personaggio del calibro di Giorgio Napolitano e non è detto che sul giovane ministro possano convergere anche lettiani e prodiani. Non Dario Franceschini, che presumibilmente sosterrà Renzi e nemmeno l'ormai ex alleato di corrente Matteo Orfini ormai arruolato tra i renziani di ferro.

Il suo punto debole principale è il Sud. Lì, nella sfida a due con Michele Emiliano, il governatore pugliese, almeno sulla carta, dovrebbe riuscire a surclassare lo spezzino. L'arma che userà contro di lui è già stata sguainata: accusarlo di essere stato per tutto questo tempo la stampella di Renzi e di essere poco più che un grigio burocrate di palazzo sempre pronto a occupare una poltrona quale che sia: di ministro dell'Ambiente nel governo Letta, di guardasigilli in quello Renzi e Gentiloni.

Nel 2013 aveva sostenuto la candidatura alla segreteria di Gianni Cuperlo (oggi pronto a restituirgli il favore), ma in effetti in seguito è sempre stato considerato un ministro fedele alla linea di Renzi dentro il governo e dentro il partito. E nonostante negli ultimi giorni non gli abbia risparmiato critiche (“Renzi rischia un frontale”), è anche vero che la sua cultura politica e istituzionale rappresenta una garanzia per la tenuta del partito e per una sana dialettica interna.Per questo il primo a sperare che Orlando si candidi alla segreteria è proprio Matteo Renzi che vede in lui la garanzia per un rapporto più disteso con una minoranza interna che non lo consideri per altri quattro anni un abusivo in casa propria.

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