Raffaele Fitto, la scheggia impazzita di Forza Italia

Sembrava un giovane emergente ma oggi con l'opposizione debole a Silvio Berlusconi, è votato all'autodistruzione. A meno che...

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Raffaele Fitto, eurodeputato Fi durante il convegno da lui promosso "Per l'alternativa. Il mondo produttivo, l'emergenza-tasse e la legge di stabilità" a Roma, 27 Novembre 2014. – Credits: ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

"Gli Dei accecano coloro che vogliono perdere". Non è chiaro se questa frase, di norma attribuita a Pindaro, sia stata davvero scritta da lui. Ma su una cosa tutti gli storici della letteratura concordano: chi l’ha scritta, doveva aver conosciuto Raffaele Fitto o qualcuno dei suoi antenati, cosa tutt’altro che improbabile, visto che la famiglia Fitto viene dalla Magna Grecia, e occupa fin dall’antichità ruoli nel notabilato meridionale.

In effetti, l’ira degli dei è una delle pochissime spiegazioni possibili sulla ragione che ha portato quello che fino ad un anno fa sembrava un giovane emergente, dotato della prudenza democristiana di famiglia, a trasformarsi in una scheggia impazzita, votata all’autodistruzione.

All’epoca della rottura con Alfano, vi erano nel Popolo della Libertà due “falchi” che, in nome dell’Ortodossia Berlusconiana, insistevano per la cacciata dei “traditori”: Denis Verdini, spalleggiato dalla rutilante Santanchè e dallo svolazzante Capezzone, e Raffaele Fitto, seguito da una variopinta truppa di deputati pugliesi. Oggi, a poco più di un anno di distanza, Verdini e Fitto sono – stranezze della politica – i due più feroci oppositori di Berlusconi, peraltro su linee strategiche diametralmente opposte. L’uno (Fitto) non ha mai perdonato a Berlusconi di aver tentato il patto del Nazareno, l’altro (Verdini) non gli ha mai perdonato di averlo abbandonato.

E siccome Berlusconi ha deciso, con innegabile buon senso, che le critiche opposte si annullano a vicenda, e che tanto vale tirare dritto per la propria strada senza farsi turbare troppo, Verdini per il momento abbozza, mentre Fitto, più emotivo e meno paziente, sta perdendo completamente la testa. In effetti, l’ex enfant-prodige di Maglie (che è compaesano di Aldo Moro, ma non ne ha ereditato la calma nè la capacità di guardare ai tempi lunghi) è davanti a un bivio difficile: rimanere, sottomettendosi a un Berlusconi che non ha più nulla da offrirgli, oppure andarsene, senza sapere dove condurre la pittoresca armata che lo sostiene, e al tempo stesso lo tiene prigioniero. Un’armata costituita dai soliti pugliesi, dall’etereo Capezzone, il quale con un sofisticato arabesco concettuale è migrato dai lidi toscani di Verdini a quelli salentini di Fitto, da due o tre ex missini un po’ bolliti come Maurizio Bianconi, che accorrono con entusiasmo dove vedono la possibilità di menar le mani, da Augusto Minzolini, giornalista brillante con smanie di protagonismo, da una vezzosa senatrice veneta dal passato tormentato, Cinzia Bonfrisco, e per concludere da alcuni parlamentari campani di incerta virtù e labile appartenenza).

Ora il panico fra i fittiani dilaga, man mano che il tempo stringe. La follia di Pindaro li induce ad atti suicidi, come il caso di un deputato pugliese, tale Chiarelli, che parlando alla Camera attacca Berlusconi e il suo cosiddetto “cerchio magico”, provocando le ire di quello stesso capogruppo Brunetta che pure, con le posizione anti-nazareno dei fittiani, aveva flirtato a lungo. Un altro pugliese, un certo on. Ciracì (si chiama davvero così, non è un refuso) decide di convocare a congresso gli iscritti del suo comune, come se fosse già in un partito separato. Bianconi, dal canto suo, raccoglie le firme in Toscana per una lista autonoma.

Ma il problema vero riguarda proprio lui, l’ex astro nascente. Nel tentativo di alzare la posta del ricatto, ha minacciato più volte di candidarsi alla guida della Regione Puglia. Una candidatura ovviamente priva di prospettive, con il solo scopo di indebolire il centro-destra. Ma la minaccia si è rivelata spuntata, ed anzi si sta ritorcendo contro di lui. Qualunque cosa faccia, Fitto non può in poche settimane creare più danni di quelli che ha già causato in quindici anni di gestione di Forza Italia, trasformando la regione può a destra d’Italia in una roccaforte della sinistra. Oggi il candidato del PD, Emiliano, ha dieci punti di vantaggio su quello azzurro. Fitto o non Fitto, le probabilità di vittoria del centro-destra sono vicine allo zero.  
La scelta drammatica per lui ora è questa: perdere la faccia subito, abbozzando, o perderla fra due mesi, con un risultato elettorale umiliante, proprio in casa sua (la cosa peggiore, per un notabile vecchio stile)? Non ha più molto tempo per decidere.

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