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Politica

Costi della politica. Prof Monti, applichi il rigore anche con loro

Doveva tagliare le unghie alla politica, ridimensionare enti locali, indennità dei parlamentari e spesa pubblica. Fin qui, invece, nulla. Per colpa del «sistema», che ha resistito.

Il Presidente del consiglio, Mario Monti (Credits: Alessandro Di Meo)

Giulio Andreotti lo diceva a proposito dei treni: «Ci sono pazzi che credono di essere Napoleone e pazzi che credono di potere risanare le Ferrovie». Poi, sì, qualche passo in avanti le Fs lo hanno fatto. Solo che ci sono voluti almeno vent’anni. E di ferrovia ce n’era una sola. Di regioni, province, comuni, è invece invasa l’Italia. Per non parlare dei politici: funzionari di partito, deputati, senatori, assessori, consiglieri, portaborse...

Ecco: la sola idea che Mario Monti possa risanare tutto questo da qui ad aprile, quando si voterà, o nella prossima legislatura (da premier o meno), spande un pensiero altamente visionario. Per dire: dopo lo scandalo laziale (e non solo) stanno diffondendo qualche speranza gli annunci sui tagli alla politica. Un provvedimento governativo che dovrebbe essere votato dagli stessi soggetti che ne verrebbero danneggiati: i partiti. Improbabile che accada. Lo confermano la storia italiana e quella più breve del governo tecnico. Che finora ha prodotto poco rispetto alle intenzioni.

Il problema è strutturale. Il «sistema» politico-burocratico prevede che le leggi siano fatte per essere aggirate. Prendiamo un esempio di scuola. Secondo Michele Gentile, della Cgil, «grazie a due commi infilati nel decreto salva Italia», il tetto di stipendio di 249 mila euro lordi l’anno per i manager pubblici è solo nominale. Perché? È limitato a ogni incarico e non alla persona. Così un soggetto può occupare più poltrone e cumulare retribuzioni. La domanda è spontanea: chi, tra governo, Parlamento e burocrati, ha silenziosamente inserito i commi dello scandalo? Mah... Solo un fatto è certo: il sistema ha tutelato se stesso.

Ma c’è altro. In gran parte degli enti l’applicazione definitiva del taglio agli stipendi (che riguarda i rinnovi di management successivi al 15 agosto 2012) non ha ancora trovato applicazione perché le scadenze sono di là da venire (il consiglio di amministrazione dell’Equitalia, per esempio, decadrà nel 2015). Insomma, i manager stanno continuando a incassare le vecchie cifre, in attesa di futuribili commi e codicilli utili a salvare le loro casse personali. D’altronde, il ministro per la Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, non ha escluso che per alcune figure apicali, come quella del ragioniere generale dello Stato, il tetto possa essere rivisto. Al rialzo.

Oggi il governo vuole aggredire lo status quo anche con il cosiddetto taglia-province. In verità è una prova di forza già ostentata l’estate scorsa: perché una provincia sopravviva, si era detto, servono almeno 2.500 chilometri quadrati di territorio e 350 mila residenti. Ma la politica ha tergiversato:
alcune regioni non hanno presentato i piani di riordino, altre ne hanno presentati di inapplicabili; e tante province hanno minacciato o avviato ricorsi ai vari livelli giurisdizionali.

Ora Monti punta a rilanciare con il nuovo decreto legge. Troverà applicazione? Mah... Province e regioni sono parte del sistema. E sono governate dai partiti che sostengono Monti, quelli che in Parlamento hanno frenato la commissione guidata da Enrico Giovannini, presidente dell’Istat. In fondo, doveva solo confrontare gli stipendi dei parlamentari con quelli dei colleghi europei. Si è arreso il 3 aprile. Giuliano Amato ancora no, ma il suo piano per la riduzione del finanziamento pubblico ai partiti è sul tavolo di Monti da giugno. Troverà mai applicazione?

Il rischio è che tutto finisca come per l’annunciato accorpamento dei comuni al di sotto di 1.000 abitanti. Dopo le proteste di sindaci e partiti, la frenata è stata evidente. Peraltro è difficile chiedere a tanti paesi di rinunciare alla loro identità per risparmiare mezzo miliardo, mentre al più sostanzioso piano per il taglio alla spesa pubblica, firmato da Enrico Bondi e presentato il 5 luglio 2012, manca ancora di essere attuato nella sua gran parte: lì i miliardi sono 26 per il triennio 2012-2014.

L’ostacolo sta nei circa 100 provvedimenti applicativi che mancano. I decreti attuativi sono un problema che nessun governo è mai riuscito a superare. Nemmeno quello dei professori. «È la burocrazia il problema di questo Paese, non la politica» dice a Panorama Gianfranco Rotondi, già ministro per il Programma. Forse la prima, grande riforma dovrebbe essere proprio quella della macchina dello Stato. È chiaro: ci vorrebbe un Napoleone. Ma non quello andreottiano.

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