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Politica

Caso Minetti, cresce l'imbarazzo al Pirellone

Le nuove norme per tenere lontani giornalisti e cameramen sembrano ritagliate apposta sull'ex showgirl. Che quasi tutti ora fanno finta di non conoscere. Le foto

Nicole-Minetti

Nicole Minetti durante una seduta del consiglio regionale della Lombardia – Credits: (Ansa)

Una generosa dose d'ipocrisia, quella sana quota di dissimulazione, dichiarazioni morte tra i denti, sorrisi tirati, gomitate e sguardi incrociati da un capo all'altro della buvette. Pirellone di Milano, stamane, nella prima seduta del Consiglio regionale della Lombardia, dopo la lunga pausa estiva. I flash, i microfoni e gli scatti della stampa hanno un unico scopo, oggi.

Catturare l'arrivo di chi ha continuato a campeggiare, per tutta l'estate, sulle home page dei siti nazionali, come terza notizia più cliccata. Amori presunti o reali, trattative ancora in corso con il suo “mentore” Berlusconi, dimissioni annunciate e poi smentite, nel giro di poche ore. Nicole Minetti. Si aspetta ancora lei. Stavolta, però, all'ingresso e lungo i corridoi tira aria di rigore. Le nuove norme d'accesso a fotografi e cameraman, stabilite dal presidente leghista Fabrizio Cecchetti, sembrano ritagliate su misura apposta per lei. Inseguirla fin dentro i bagni con i flash o i microfoni direzionali non ha, di certo, aiutato.

Oggi i cronisti pagano gli eccessi del passato e sono costretti ad attendere al piano di sopra. Non è misura un po' eccessiva e “ad personam”, chiediamo? “No. Non è solo a causa sua – si schermisce il direttore della struttura stampa del consiglio regionale, Gianluca Savoini, leghista – La verità è che si sono toccati eccessi da non ripetere: dal Trota al caso Penati, il consiglio è stato letteralmente preso d'assedio. I giornalisti hanno esagerato”. Durerà? “Finché c'è lei certamente”, replica, tradendo la smentita precedente. Dagli uscieri, alle guardie, alle donne di servizio, pungolate sul caso, è una ridda di sorrisi imbarazzati, dichiarazioni flebili, e considerazioni che virano dal “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”, al “Accadono molte cose strane qui in Consiglio, la Minetti non è quella più strana”.

Al contrario, alla buvette, nel piano di sotto, i lacci si sciolgono un poco. Se un altro protagonista degli scandali recenti, Filippo Penati, al solo sentire  Panorama  schizza dentro ascensori di servizio, sibilando “Non ho dichiarazioni da fare, di nessun genere” (e qualcuno – perfidamente – fa notare che dopo le dimissioni da vicepresidente del consiglio non dovrebbe più avere accesso all'area e non ha riconsegnato il badge), Davide Boni, altro illustre dimissionario indagato per corruzione, minimizza l'affaire Minetti lamentando la scarsa presenza di bellezza tra le file delle colleghe consigliere. Lui, leghista, un tempo presidente del Consiglio regionale, ascrive l'altalena di indiscrezioni sull'ora imbarazzante presenza della showgirl a puro circo mediatico.

Nelle file “amiche”, dopo molte lusinghe, il partito sembra averne preso duramente le distanze. Chi un tempo sgomitava per sederle accanto oggi non le riserva neppure un saluto. Dal pdl bocche cucite, silenzi imbarazzati, allusioni maliziose e molti sguardi non propriamente amichevoli l'accolgono all'ingresso dell'aula consigliare. Solo Angelo Giammario e Gianluca Rinaldin le offrono la consumazione alla buvette, in un'esibizione di sorrisi a favore di taccuino. Al contrario Doriano Riparbelli, in rapporti cordiali prima dello scandalo, ora si sottrae perfino dal salutarla.

L'opposizione, invece, pare rassegnarsi. Per Giulio Cavalli, Nicole è “l’effetto di una causa che si non si vuole analizzare. Non so se si dimetterà o meno il giorno prima di maturare il suo vitalizio come più volte ha ribadito e smentito, ma se le decisioni politiche dipendono dagli umori (e lo dico nell’accezione anche oscena del termine) del suo padrone, si facciano le debite valutazioni. Qui siamo passati dalla privatizzazione delle società pubbliche alla privatizzazione dei vezzi dei padroni. Una logica maschilista inaccettabile”.
Il vero punto è che dovrebbe dimettersi chi l’ha messa lì – rincara Pippo Civati, candidato alle primarie del pd - Con quale credibilità il suo partito chiede che se ne vada? Il vero problema, qui, è Formigoni di cui la Minetti sembra apprezzare molto le camicie, come abbiamo visto. Io credo che resisterà fino all’ultimo, alla guida della regione, perché se dovesse cadere prima si porrebbe il problema della sua candidatura a Roma e non credo che Alfano ne sarebbe molto contento”.

Fabio Pizzul, pd, offre una lettura ottimistica e inaspettata della vicenda: “Questa storia non doveva neanche iniziare, ma siccome è in pieno corso, la Minetti ora massimizza in termini di visibilità e si gioca le carte per concordare un equo scambio che la faccia entrare nel mondo che le interessa, quello dello spettacolo, una volta esaurita la sua esperienza qui. Dovesse anche maturare il suo vitalizio, dimettendosi tra poco meno di un mese, l'unico aspetto positivo è che ha portato visibilità sul consiglio”. Quando arriva, fasciata dentro jeans neri attillati, abbronzatissima, cala un eloquente silenzio tra i colleghi. La tenace assistente, Clotilde Strada, la placca come neanche un giocatore di rugby. Mentre consuma un cappuccio al bar ci dice che non vuole rilasciare dichiarazioni di sorta, e che – evidentemente – il rigore delle nuove norme per la stampa ha tradito un bug. La sensazione è che, ancora una volta, sembra aver vinto lei. In attesa della prossima smentita.

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