Politica

Breve storia dell'immunità parlamentare

I padri costituenti, le (giuste) guarentigie  e i troppi abusi del passato: il commento dopo il sì a un emendamento che ripristina l'immunità per tutti i parlamentari - Il sondaggio  - Retroscena - Analisi

Un'immagine dell'aula del Senato – Credits:  ANSA/GIUSEPPE LAMI

 

Se l’art. 68 della Costituzione Italiana, fosse stato composto solo dal primo comma: “I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”, qualcuno nel corso di questi 70 anni di storia repubblicana avrebbe avuto da ridire sul principio dell’immunità parlamentare? E avrebbe forse fatto scandalo il fatto che la commissione Affari costituzionali del Senato abbia stamane approvato a larga maggioranza (Pd, Fi, Lega) un emendamento che ripristina l’attuale immunità sia per i deputati che per i senatori? 

Certo che no. Del resto, la storia dell'Italia repubblicana, dal 1948 a oggi, è così lastricata di scandali e abusi che anche un principio astrattamente inattaccabile come quello che vollero inserire nella Carta i padri costituenti sia diventato oggi la pietra dello scandalo, la coperta dietro la quale - è questo il sospetto - si nascondono anche i peggiori malfattori. Cerchiamo di andare indietro agli albori dell'Italia repubblicana.

Soltanto nella prima legislatura furono presentate alla Camera ben 501 autorizzazioni a procedere: solo 67 furono accolte, 7 furono ritirate, 239 respinte e 188 dimenticate in uno dei tanti cassetti di cui il Palazzo è fornito. La tattica della non risposta è stata quella più usata dal Parlamento in tutte le legislature. In ogni scandalo che si rispetti, deputati e senatori hanno utilizzato questo stratagemma per salvare i colleghi dalle grinfie dei magistrati; è avvenuto con lo scandalo INGIC, con lo scandalo dei Petroli, con lo scandalo Lockheed e così nel corso degli anni.

Nell’ormai lontano 1972, Giulio Andreotti, alla guida del suo primo esecutivo, ebbe addirittura l’ardire di porre la riforma dell’immunità parlamentare nel programma di governo, basandosi su una proposta avanzata dal Partito Liberale. L’esperienza durò appena 4 mesi e, naturalmente, la promessa rimase lettera morta.

Visto che tutto era rimasto immutato, dopo appena due anni, il collega di partito Flaminio Piccoli, pensò bene di presentare alla Camera un progetto di legge per estendere l’immunità anche ai consiglieri comunali, provinciali e regionali. Alla stregua di quello che sta avvenendo in questi giorni per l’emendamento della riforma del Senato che prevede l’estensione dell’immunità ai rappresentanti delle Regioni, anche nel 1974 nessuno si assunse la paternità della proposta e tutti pensarono che l’ennesimo privilegio fosse precipitato da qualche pianeta lontano cogliendo tutti alla sprovvista nel sonno.

Il 22 ottobre 1984, dopo l’uscita dal carcere di Toni Negri, grazie all’elezione nelle fila del Partito Radicale, a Montecitorio cominciò l’iter per la proposta di Legge Costituzionale sulla riforma dell’immunità parlamentare. Su 630 deputati in Aula erano presenti 12 onorevoli. Anche di quel progetto si è persa ogni traccia.

Nel 1993, mentre imperversava lo scandalo di Mani Pulite tutto quello che il Parlamento riuscì a partorire fu il classico gioco delle tre carte con la legge costituzionale 29 ottobre 1993, n. 3 . Chiunque è libero di cimentarsi nella lettura dell’articolo e trovare le differenze con quello originario.

Oggi ci risiamo a discutere sull’immunità parlamentare chiamando in causa, all’occorrenza, i costituzionalisti che si dichiarano favorevoli e contrari. E pensare che basterebbe mantenere soltanto il primo comma del vecchio art. 68.

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