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Politica

Battiato dice sì a Crocetta, la moglie di Grasso no

Maria Fedele, moglie del procuratore Antimafia Pietro Grasso, rifiuta l'offerta di un posto in Giunta. Entra il cantautore

Franco Battiato (Credits: Filippo Alfero, LaPresse)

Non vuole cambiare mestiere, aveva fatto campagna elettorale per un altro candidato (Claudio Fava) poi ritiratosi dalla corsa, ma alla chiamata di Rosario Crocetta, il più intellettuale dei nostri cantautori non ha saputo dir di no. Franco Battiato sarà il nuovo assessore siciliano al Turismo e si occuperà principalmente di grandi eventi. Basta non lo si chiami assessore  altrimenti si offende di brutto. “Chiamatemi Franco – ha detto ieri in conferenza stampa - e sarò franco”. L'ha detto davvero. Proprio lui, l'autore di un verso come “tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni”.

Ora, dopo aver incassato i sì di Battiato e della figlia di Paolo Borsellino, Lucia, cui andrà la delega alla Salute, 
il neogovernatore aspetta di sapere se nella sua rosa potrà contare su un vero fuoriclasse della lotta alla criminalità come il procuratore di Torino e per anni a capo della Procura di Palermo Giancarlo Caselli. Che sicuramente dirà di no. Contatti ce ne sarebbero stati, il magistrato ha anche dichiarato di essersene inorgoglito ma l'avventura politico-amministrativa non pare proprio rientrare nel suo orizzonte.

Crocetta può già mettere una croce sopra anche sull'altro nome su cui puntava, quello della professoressa Maria Fedele, responsabile per conto del Ministero dell'Istruzione di numerosi progetti per portare la cultura della legalità nelle scuole di tutta Italia e moglie del procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso. Contattata da Panorama.it, Maria Fedele scioglie,  da Cracovia, le riserve: “Sono molto vicina a Crocetta, sempre gli darò la mia disponibilità gratuita, ma in questo momento, per motivi personali e di salute, non posso accettare la sua proposta”. Costretta a rifiutare e molto  dispiaciuta di doverlo fare perché “una mano a Crocetta gliela avrei data molto volentieri”. Il che non esclude che possa dargliela in futuro, anche se a quel punto la poltrona di assessore all'Istruzione sarà già occupata. “Io credo al rinnovamento di Crocetta – insiste Maria Fedele – non posso fare altro che crederci, altrimenti sarebbe una tragedia”. Non trova nemmeno sia stato inopportuno da parte di Crocetta - “probabilmente è stato frainteso, non penso ci potesse essere malanimo” -  essersi definito “un Giuseppe Fava rimasto ancora vivo”, frase che ha scatenato la reazione del figlio del giornalista catanese ucciso dalla mafia, Claudio, per il quale “mettere sulle proprie spalle, come un trofeo, la morte di un uomo ammazzato, e - peggio - farlo solo per una polemica con il figlio, è un modo per ammazzarlo di nuovo”.

Ma nel ruolo del martire reincarnato Crocetta è talmente a suo agio che, pure senza voler fare polemica con i legittimi discendenti, ci ha rifatto anche con Piersanti Mattarella, il presidente dc della Regione ucciso dalla mafia nel 1980: “Quando Mattarella volle fare le cose che voglio fare io – ha risposto a chi gli chiedeva di un una vecchia relazione della Dia di Caltanissetta su presunti aiuti elettorali da parte di alcuni boss - fu ammazzato”.

Sono fuori dall'Italia da alcuni giorni e tante di queste cose mi sfuggono – commenta al telefono Maria Fedele - dico solo che ho apprezzato Rosario come sindaco di Gela e che l'unica cosa che non deve fare è scendere a compromessi, soprattutto adesso che deve mettere insieme una maggioranza”. Compromessi con chi? “Si sa con chi”.

Peccato che proprio la politica sia l'arte del compromesso. E nemmeno Crocetta, l' “io sono la rivoluzione”, si è potuto sottrarre a questa dura realtà. Al punto che 48 ore dopo il voto, da Gela si precipitò a Catania per la sua prima visita da neogovernatore. Chi andò ad omaggiare? Un suo grande sponsor:  l'editore del quotidiano “La Sicilia”, Mario Ciancio Sanfilippo che, guarda caso, è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Nella stessa stanza anche il principale editorialista della testata, Tony Zermo, che all'epoca del processo per l'assassinio proprio di Giuseppe Fava, raccontava ai giudici che lo interrogavano in qualità di testimone che a Catania la mafia non esisteva.

Dopo aver dichiarato di sentirsi “un Giuseppe Fava ancora in vita”, più che un compromesso, per un neo presidente della Sicilia anti mafiosa, è forse anche peggio stringere certe mani.

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