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Politica

Antonio Di Pietro. Aiuto, mi si è rotta l’Idv

Travolto dallo scandalo "case", lasciato dagli amici del partito, inseguito (o no?) da Grillo. La fine della parabola dell'ex pm di Mani Pulite

Antonio Di Pietro, fondatore dell'Idv (Credits: Stefano Carrara)

Antonio Di Pietro in questi giorni è afflitto dalla giaculatoria sulle sue proprietà immobiliari. Quante sono? Con che soldi sono state pagate? Cantilenano i cronisti. Nell’appartamento romano di via Merulana (dimora privata o sede politica?), raccontano i testimoni, l’uomo si preoccupò di fare allargare la vasca da bagno, ma non il politburo del partito. Così da un decennio nell’Idv c’è un uomo solo al comando. Per questo Di Pietro, più che di killeraggio politico, dovrebbe parlare di suicidio, mentre la sua parabola di uomo pubblico viene oscurata dagli innumerevoli guai giudiziari del suo partito-regno.

L’infezione al buon nome dell’Italia dei valori ha molti focolai. Le inchieste stanno facendo franare il partito in tutto il Mezzogiorno, dalla Sardegna alla Campania, ma anche al Nord. L’ultima pugnalata è l’accusa di concorso in abuso d’ufficio per il cognato, Gabriele Cimadoro, della Procura di Bergamo. Un tempo a tradire il capo erano gli Scilipoti e i Di Gregorio, ora sono uomini a lui molto più vicini, come il suo avvocato, quel Vincenzo Maruccio imposto dal nostro come assessore ai Lavori pubblici in Lazio e ora indagato a Roma per peculato, nonché sfiorato da un’inchiesta sulla ’ndrangheta. Altri dispiaceri arrivano dalle indagini in corso a Bologna sulle presunte spese pazze dell’ex consigliere regionale idv Paolo Nanni. Un fascicolo che non può non preoccupare Silvana Mura, segretaria dell’Idv emiliano, tesoriera, amica di Di Pietro e con lui membro dell’associazione privata utilizzata per anni come salvadanaio di fondi pubblici.

Ma partiamo dalla Calabria. Qui la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sta indagando su un giro di appalti sospetti disseminati tra il Lazio, la Lombardia e il Veneto. Un’inchiesta che potrebbe presto svelare il livello di infiltrazione della malavita calabrese nella capitale. In un piccolo tempio massonico a due passi da via Veneto gli inquirenti hanno trovato i nomi di 60 «fratelli», email e raccomandazioni per posti in Finmeccanica, Abi, Poste italiane e persino per tre posti di questore. Uno degli imprenditori indagati per associazione mafiosa si chiama Francesco Comerci. Non è massone, ma ha ristrutturato il tempio. E con un maestro venerabile siciliano si era interessato all’acquisto dalla Fintecna di una palazzina da 16 milioni di euro. A Roma ha incontrato svariati politici.

Interrogato dai magistrati Giuseppe Borrelli e Pierpaolo Bruni, ha raccontato di avere partecipato a una cena elettorale con il vicepresidente del consiglio regionale Raffaele D’Ambrosio. Gli inquirenti, però, si stanno concentrando anche sul contenuto di una telefonata di Comerci risalente al marzo 2010. In essa l’imprenditore sosteneva che l’assessore ai Lavori pubblici, un calabrese come loro (di Vibo Valentia), garantiva appalti in cambio di voti. Per gli inquirenti l’identikit corrisponde a quello di Maruccio, classe 1978, per 11 mesi in regione con la giunta di centrosinistra. Comerci, difeso dall’avvocato Giancarlo Pittelli, parlamentare del gruppo misto, davanti ai magistrati ha ammesso solo di avere cercato un abboccamento con Maruccio attraverso una massaggiatrice, frequentata da entrambi, ma di non essere riuscito nell’intento.

Inchieste a parte, Maruccio non sembra un uomo particolarmente schizzinoso nella selezione delle frequentazioni. A partire da quella con Ferruccio Bevilacqua, suo compaesano. Chi è costui? Nel 1993 venne arrestato con l’accusa di usura e ricettazione, reato prescritto nel 2002. Nel 2004 è stato invece condannato per ricettazione a 2 anni e nel 2009 arrestato nuovamente nell’inchiesta Easy money, soldi facili, con l’accusa di usura. Il nipote di Bevilacqua (il figlio della sorella), Domenico Barbuto, è l’ex caposegreteria di Maruccio. Barbuto e Maruccio hanno frequentato lo stesso liceo a Vibo Valentia e si sono ritrovati a Roma. «Maruccio mi ha chiamato a guidare la sua segreteria vista la mia precedente esperienza politica con l’Udc. Mio zio? Uno i parenti non se li sceglie. Con lui ho rapporti altalenanti e formali, non era neppure al mio recente matrimonio» dichiara Barbuto. E Maruccio lo incontrava? «Sì, sebbene ne ignori i motivi. Il loro era un rapporto indipendente da me. So che il padre di Maruccio e mio zio erano amici». Riteneva opportuna questa frequentazione? «Io al suo posto l’avrei evitata. Chi ha responsabilità istituzionali dovrebbe prestare la massima attenzione a chi incontra».

Panorama raggiunge Bevilacqua nel chiosco che gestisce a Roma. Occhiali scuri, collana d’oro, modi affabili: «Vincenzo l’ho cresciuto come un figlio. È un ragazzo brillante e non mi ha mai chiesto voti. Qualche volta viene qui a trovarmi per un caffè». Affari insieme? «Non ce ne sono. Veniva spesso per chiedermi di cambiargli qualche assegno, tutto qui. L’importo? Mille, 3 mila, 5 mila euro. All’infuori di questo è un ragazzo preciso». Non pensa che sia sconveniente per un politico chiedere questo tipo di favori a un pregiudicato come lei? «È vero, sono un pregiudicato. Per colpa di un assegno senza la mia firma. E quando mi hanno arrestato mio fratello (il parlamentare del Pdl Francesco, ndr) mi ha voltato le spalle. Significa che sono un delinquente?». Lei è sotto inchiesta insieme a presunti esponenti della ’ndrangheta. «Volete scrivere che sono ’ndranghetista, scrivetelo. Tanto sa quanto la tengo in considerazione io la legge? ’Ndranghetìo (fare lo ’ndranghetista, in dialetto, ndr) qua al bar, io». Quindi saluta con un sorriso.

Chissà come prenderà questa frequentazione il dominus dello studio di Maruccio, l’avvocato Sergio Scicchitano, calabrese di Isca, sullo Ionio. Scicchitano sul suo profilo online sottolinea «con orgoglio» la nomina «a presidente della commissione antiusura della federazione internazionale dei diritti dell’uomo». Scicchitano è da sempre l’avvocato di fiducia di Di Pietro. Maruccio da assessore l’ha segnalato per un arbitrato da 1,2 milioni di euro, concesso poi dalla presidenza regionale. Conflitto d’interessi? Maruccio ha obiettato che quell’arbitrato era necessario e che quindi non vi era stato danno erariale. Da parte sua Scicchitano, erede di una schiatta di giuristi, non sembra curarsi delle polemiche e da anni, anche sotto l’egida dell’Idv, colleziona incarichi in aziende pubbliche, dalla Lazio service all’Anas.

Una carriera luminosa con una sola piccola ombra, un’indagine per una storia di false fatturazioni. Un piccolo inciampo che non gli ha fatto perdere il posto di presidente del collegio nazionale di garanzia dell’Italia dei valori, l’organo che si occupa di verificare eventuali violazioni del codice deontologico tra gli iscritti e di dirimere le controversie interne. La sede è nello studio romano dello stesso Scicchitano. Un collegio che è difficile immaginare indipendente dai vertici. Infatti gli altri due membri sono altrettanto vicini al capo: il secondo è Claudio Belotti, factotum di Di Pietro (è stato anche rappresentante legale nelle compravendite dell’immobiliare di famiglia, l’AnToCri) ed ex compagno di Silvana Mura, da cui ha avuto un figlio; il terzo voto è quello di Attilio Menduni De Rossi, dentista di Castellammare di Stabia, di cui Di Pietro è stato testimone di nozze e la cui moglie è stata eletta in regione nel listino blindato.

Ma se il collegio sonnecchia, le procure di mezza Italia vigilano. Per esempio, quella di Bologna ha iscritto nel registro degli indagati l’ex consigliere regionale dell’Idv Paolo Nanni per peculato. Lui respinge le accuse e ammette solo di avere sbagliato nel giustificare le spese per le cene del partito con volantini di convegni inesistenti. Indimenticabile quello sul «Ritorno ai grandi valori della Costituzione repubblicana», oratori annunciati Mura e Nanni, con tanto di omaggio a Piero Calamandrei. La sede? «La sala convegni dell’Antica trattoria dei cacciatori». Il conto fu di 2 mila euro per 67 coperti. Tra le ricevute di Nanni anche i taxi da 500 euro per i ritorni a casa di Mura. Oppure le spese di viaggio di ospiti illustri come Marco Travaglio, Franca Rame e Luigi De Magistris. L’avvocato Domenico Morace, ex segretario cittadino dell’Italia dei valori bolognese, su internet rilancia un quesito per Travaglio, difensore d’ufficio di Di Pietro: «Perché non chiede all’ex pm dove e come ha conosciuto Nanni?». Secondo i bene informati, la risposta è nelle pieghe meno note dell’inchiesta di Mani pulite.

In questi giorni a Bologna è tutto un fiorire di aneddoti sulla gestione del partito da parte della signora Mura. Racconti spesso corroborati da documenti. Come la email del 16 luglio 2009 con cui propose al presidente della regione Vasco Errani per un posto nel cda della Ervet, l’agenzia di valorizzazione economica del territorio, Paola Barbati, sorella dell’attuale capogruppo in regione, di professione «assistente odontoiatrica». La prova che un’igientista dentale poteva ben figurare anche nell’Italia dei valori. Nel piazzale della regione un altro ex consigliere idv (oggi nel gruppo misto), Matteo Riva, puntualizza: «Qui ogni nostra spesa doveva essere autorizzata da Mura o da persone di sua fiducia». Quindi sventola alcune carte: «In regione non abbiamo pagato solo lo stipendio alla segretaria di Pier Luigi Bersani, abbiamo distribuito contratti anche ai portaborse di Mura».

Il riferimento è soprattutto a Paolo Vicchiarello, master e laurea in scienze internazionali e diplomatiche, attuale addetto stampa del gruppo parlamentare: per alcuni mesi è stato inserito nella segreteria particolare del consigliere idv Franco Grillini in regione e dal luglio 2011 è amministratore unico di una partecipata della regione (stipendio da 45 mila euro lordi). «È vero, lavoro sia a Roma sia a Bologna» ammette Vicchiarello «ma dedico a questi impegni sette giorni su sette». «Il giovanotto deve avere il dono dell’ubiquità» replica Riva.

Per avere la certificazione del declino e forse dell’agonia dell’Idv conviene salire in Liguria. Una specie di riserva personale di Di Pietro, il quale nel 2010 paracadutò in consiglio regionale, attraverso il listino, ovviamente, la fascinosa pasionaria dell’Alitalia Maruska Piredda. Qui i magistrati stanno braccando un’altra miss, la statuaria ex vicepresidente con delega all’urbanistica della giunta regionale ligure Marylin Fusco. Non una signora qualsiasi. Il marito è infatti il senatore idv Giovanni Paladini, responsabile nazionale alla sicurezza del partito. Nella sua vita precedente è stato poliziotto, sindacalista del Sap, presidente di una squadra di calcio dilettantistica, sempre a caccia di sponsor: tra questi pescò anche un’immobiliare riconducibile a Francesco Belsito, ex tesoriere della Lega nord. Quando divenne dirigente della Margherita, Marylin era la sua segretaria personale. Poi traslocarono entrambi nell’Italia dei valori, si sposarono e fecero carriera. Una bella favola per ora senza lieto fine.

Infatti Fusco, soprannominata «assessore al mattone» per il suo contestato piano casa (una nuova «rapallizzazione» drammatizza qualcuno), è sospettata di avere fatto favori a due imprenditori. Per questo è indagata a San Remo per truffa e abuso d’ufficio ed è stata pedinata, intercettata e fotografata per 2 mesi dagli uomini della Digos di Pistoia. Gli investigatori erano in realtà sulle tracce di un costruttore (arrestato a giugno), legato alla famiglia Paladini: «Non mi va adesso al telefono di parlare di certe situazioni» gli disse Marylin. L’uomo era a caccia di istruzioni per un’importante gara.

In Liguria ci sono molti altri casi di uomini dell’Idv finiti sotto indagine, dal calabrese animatore di un circolo non proprio ben frequentato all’ex assessore genovese alla Protezione civile accusato di falso e calunnia nell’inchiesta per l’alluvione assassina dell’anno scorso; ci sono anche l’ex coordinatore regionale finito sotto processo per concussione, peculato e falso, e il funzionario della polizia municipale e capogruppo in provincia finito in manette per avere fatto la cresta sugli incassi delle multe. Al conto vanno aggiunti due consiglieri comunali denunciati per avere falsificato migliaia di firme, compresa quella di un morto.

Di Pietro non si scompone e nei giorni scorsi con Micromega il fu pm è diventato avvocato: «L’Idv in Liguria? So benissimo chi solleva questo caso, sono alcuni nostri ex che forse speravano in qualche posto e non lo hanno avuto». È un transfuga pure Maurizio Ferraioli, consigliere comunale a La Spezia. Il quale scherza: «In Liguria la selezione del personale probabilmente la fanno con la ruota della fortuna. Pensi che io ho dovuto fare denuncia dopo essere stato malmenato da un dirigente del partito a causa delle mie differenti opinioni».

Insomma, un processo permanente a cui non poteva mancare la ciliegina finale: il presunto scandalo sessuale. Tra i nemici dell’Italia dei valori è partito il tam-tam: in Lazio l’Idv assumeva ragazze disponibili per rallegrare i giovedì o i weekend di alcuni papaveri del partito. Panorama ha incontrato un’ex dipendente dell’Idv laziale: «Ho ricevuto molte offerte sessuali da un noto politico e un centinaio di sms osceni. Ma io non ho mai ceduto a queste avance. Altre colleghe non so». Lasciamo ai quotidiani specializzati la ricerca dei dettagli piccanti.

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