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Il futuro dell'Asia? Tutti in risciò

Altro che auto elettriche, ibride o cos'altro. In molte nazioni ci si sposta su queste antiche "lettighe" che piacciono a grandi e piccini

(Credits: Feng Li/Getty Images)

Vengono dall'Oriente e sono utilizzati in tutto il mondo, soprattutto in Asia ed Africa: sono i risciò, mezzi di locomozione che consistono, sostanzialmente, in una carrozzella trainata in vario modo. A trasportare il passeggero o i passeggeri, infatti, possono essere braccia umane, animali da soma, biciclette, motociclette, e persino robot, come il protagonista della foto di questa settimana.

L'invenzione si deve, pare, a tre artigiani giapponesi, Izumi Yosuke, Takayama Kosuke e Suzuki Tokujiro, che misero due ruote da bicicletta (all'epoca una novità arrivata dall'Europa) a un sedile e vi agganciarono due bastoni perché fosse possibile trainarlo da una persona. Nel 1870, il governo giapponese registrò l'equivalente del brevetto, imponendo a chiunque di richiedere loro un'autorizzazione per costruirne una copia.

Leggenda vuole che l'idea non fosse loro, ma di un missionario americano a Yokohama, il reverendo Jonathan Scobie, che ne disegnò il prototipo e lo fece costruire da un fabbro per trasportare la moglie invalida. Chiunque ne sia stato l'inventore, il risciò si diffuse in un battibaleno in tutta l'Asia: dopo soli due anni, in Giappone ne circolavano già quarantamila e avevano rimpiazzato le lettighe come principale mezzo di trasporto.

Nel 1880 sbarcò a Singapore e in India e nel 1886 in Cina. Vedere i conducenti di risciò arrancare per portare i loro passeggeri divenne un'esperienza comune in tutta l'Asia, tanto da diventare uno degli elementi che ne caratterizzavano il paesaggio urbano e da rappresentare un simbolo dello sfruttamento delle classi sociali più povere.

Quello del conducente di risciò era un mestiere durissimo e sottopagato, ma la condizione di chi lo esercitava rimase tale per decenni. Non molto tempo fa, in molti Paesi in via di sviluppo la vita degli "uomini cavallo" era ancora fatta di fatiche bestiali, come ha efficacemente e poeticamente raccontato Dominique Lapierre nel suo capolavoro "La città della gioia".

La vera rivoluzione arrivò con l'introduzione dei risciò a pedali e, successivamente, di quelli a motore. Oggi, possiamo ancora incontrare qualche risciò tradizionale lungo le strade di Tokyo o di Hong Kong, ma si tratta di pochi esemplari destinati ad essere usati per brevi tragitti dai turisti. Solo in Africa sono piuttosto diffusi anche oggi: nelle strade del Madagascar, dove furono portati dalla Cina, è frequente incrociare quelli che lì vengono chiamati "pousse-pousse". Sono invece rimasti un mezzo popolare di trasporto i risciò a motore, che spesso sfruttano il telaio di un'Ape Piaggio riadattato per ospitare uno o più passeggeri e hanno nomi diversi nei vari Paesi - "tuk-tuk" è quello più comune.

I risciò a piedi, però, restano ancora oggi i più richiesti. E la foto di oggi lo dimostra. L'unica ragione per cui in questo caso c'è un robot a trainarlo è legata al fatto che si tratta di un risciò per bambini. Ma in tante località turistiche, in Giappone e in India più che in Cina, sono tantissime le persone che si guadagnano da vivere correndo a piedi per le strade trafficate, in mezzo ad auto e animali, moto e biciclette. Per la gioia dei loro clienti. Che quando stranieri sono anche più generosi con le mance. Sfruttamento ingiusto e ingiustificabile? Sì, è facile pensarla in questo modo. Ma quando alcuni governi dell'Asia hanno provato a rottamare o quanto meno a "motorizzare" questi insoliti mezzi di trasporto, moltissimi si sono ribellati. Perché una vita senza risciò non sarebbe più serena, ma solo più povera.

 
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