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Obama poteva non sapere?

Il presidente rivede i fantasmi di Nixon: giura di non sapere delle intercettazioni ma non pare credibile. Qualcuno chiederà mai un impeachment? - Il declino di Obama

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel centro delle polemiche sul datagate (Credits: Spencer Platt/Getty Images)

per LookOut News

Povero Barack Hussein Obama. In questi giorni, il presidente degli Stati Uniti d’America deve aver pensato in cuor suo che la seconda rielezione alla Casa Bianca non sia stata esattamente un bene per lui. 

Perché, da quando è stato rieletto, la sua Amministrazione non ha fatto altro che collezionare disastri e scandali. Da ultimo, lo spionaggio di massa noto alle cronache come ‘Datagate’, è forse il caso più clamoroso e verrà consegnato alla storia come il più grave dai tempi del presidente Nixon. Già, Richard Nixon è un’altra presenza ingombrante che perseguita Barack e al quale il presidente viene associato sempre più spesso. Non proprio un bello sponsor.

Mesi fa scrivemmo che il 2013 poteva essere l’annus horribilis di Obama. Già allora, il contesto dei dossier che il presidente avrebbe dovuto affrontare era variegato e andava dall’11 settembre in Libia, quando morì l’ambasciatore USA Chris Stephens in circostanze non chiare, fino alla questione apertissima dell’uso potenzialmente criminale dei droni nel mondo, attraverso cui sono stati uccisi anche cittadini americani, senza alcuna autorizzazione di un giudice né un giusto processo. 

Infine, il dossier siriano, dove il governo americano è stato umiliato dall’attivismo e dalla diplomazia di Vladimir Putin e del suo staff, tale per cui Obama ha dovuto fare una marcia indietro indecorosa in Siria, a tutto vantaggio delle posizioni russe. Il che per gli interessi statunitensi non è mai un bene.

- Il Datagate e il rischio impeachment

Ma è certamente il ‘Datagate’ a rendere più evidente che mai il fallimento della politica del presidente: ricalcando (inconsapevolmente?) le orme di Richard Nixon - il quale molto più modestamente, durante la sua presidenza aveva messo sotto controllo il comitato elettorale del partito democratico, e non l’intero mondo - si ritrova oggi davanti alla pubblica opinione a dover giurare, proprio come accadde a Nixon, di non aver mai saputo che la National Security Agency aveva sistematicamente “spiato” Angela Merkel e gli alleati.

Ma se un giuramento ha ancora valore nei nostri tempi, l’avvocato di Chicago Obama (studioso di diritto costituzionale, per giunta) dovrebbe stare bene attento, perché l’impeachment, ovvero la messa in stato d’accusa del presidente per aver giurato il falso - che ha già mietuto vittime eccellenti in America, dallo stesso Richard Nixon fino a lambire Bill Clinton -  è sempre dietro l’angolo.

Chi adesso si domanda se possa esser vero che Barack Obama non sapesse realmente quanto accadeva a Fort Meade (nel Maryland, dove ha sede l’NSA), dimentica non solo che il presidente riceve ogni mattina un briefing dettagliato da parte dell’intelligence ma soprattutto che è proprio lui, in qualità di comandante in capo, ad autorizzare simili operazioni.

Non solo: Obama crede fermamente nell’uso della tecnologia e, ad esempio, ha fatto dell’utilizzo chirurgico della forza una peculiarità delle forze di sicurezza americane, potenziando al massimo i sistemi ultramoderni d’intercettazione per risolvere controversie  internazionali e la guerra al terrorismo. Gli strike con i droni ne sono la massima rappresentazione. 

Del resto, le intercettazioni di massa come sistema efficace di tutela e controllo della nazione furono teorizzate già ai tempi di J. Edgar Hoover e, in seguito, quella teoria ha fatto scuola negli ambienti governativi (vedi ancora Nixon) fino ad essere applicata compiutamente nell’epoca in cui poteva essere sfruttata meglio: oggi, quando cioè quella tecnologia ha ormai raggiunto il suo punto più alto. 

- I precedenti casi “dimenticati”

Anche il presidente, insomma, è caduto vittima della sindrome tecnologica e pare ossessionato dall’idea del controllo. Forse qualcuno si è già dimenticato dello scandalo scoppiato al Dipartimento di Giustizia che, secondo le accuse, avrebbe spiato una ventina di giornalisti dell’agenzia ‘Associated Press’ per fermare l’imponente flusso d’informazioni riservate verso i media.

O il caso più scottante ancora dell’IRS, Internal Revenue Service, ovvero l’Agenzia delle Entrate: mesi or sono l’IRS aveva pubblicamente ammesso di aver deliberatamente preso di mira ben 75 gruppi fiancheggiatori del Tea Party, il movimento vicino ai conservatori che durante la campagna per la rielezione di Obama si era messo di mezzo ai piani presidenziali (come più avanti sarebbe accaduto ancora, con la riforma sanitaria “Obamacare” e  con il finanziamento delle attività di governo, lo “shutdown”).

Il Fisco, grazie allo spionaggio delle dichiarazioni dei redditi degli uomini del Tea Party, aveva iniziato a tartassare questi gruppi, con uno zelo che si era rivelato sin troppo sospetto. E anche in questa occasione, era stato evocato il fantasma di Nixon, il quale durante la sua presidenza aveva cercato a sua volta di ottenere dal Fisco informazioni riservate sulla base di indagini nella dichiarazione dei redditi, da usare poi contro i suoi nemici, prima di decadere nel 1974.

Perché non si ripeta la storia, scrivemmo mesi fa, Barack Obama non doveva compiere lo stesso errore che fu fatale a Nixon: raccontare bugie o coprire suoi funzionari spregiudicati e disinvolti. Di fronte al cancelliere tedesco, Angela Merkel – furiosa per l’umiliazione subita dall’essere stata spiata compulsivamente per anni (si consoli, non è la sola) – il presidente Obama ha appena giurato che lui non ne sapeva niente. Adesso che succederà?

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