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Come è diverso il Pd di Matteo Renzi

Rossetti, minigonne, Moncler; il nuovo look e linguaggio nella prima assemblea del nuovo segretario - Le donne del Pd (foto) - Le promesse di Renzi - L'opinione di G. Mulé  

– Credits: Mariannia Madia e Maria Elena Boschi all'Assemblea e Congresso del Partito Democratico alla Fiera di Milano, Milano, domenica 15 dicembre 2013. ANSA/MOURAD BALTI

Ora la rottamazione la chiama ribellione e quando Matteo Renzi aggiorna il lessico, tutti i delegati della fiera di Milano cominciano a correre come l’Antoine Doinel di François Truffaut «perché mai si era vista tanta stragnocca…» e in un attimo il renzismo si traduce in liberazione politica e sessuale. «Sceglietevi un ribelle», «ognuno abbia il proprio pantheon di ribelli», la «casa nostra è nella frontiera e non nel museo delle cere».

E finalmente Fabio, militante delegato, può liberarsi da quella cappa misogina e dire come facevano i porci con le ali «gnocca, gnocca…si vince, si vince». Non è anche questa ribellione? Pure le ragazze dell’organizzazione possono ostentare un erotico rossetto rosso che mai si sarebbe visto nelle feste dell’Unità. Le gonne come quelle di Lady Gaga e non più da teatro della baracca di Garcia Lorca sono adesso di sinistra, i tacchi sono parte della divisa della donna renziana e da oggi anche i piumini «Moncler esempio del successo italiano» sono ammessi, nonostante negli anni ‘80 «erano da paninari».

La diversità culturale è finalmente finita, la superiorità morale della sinistra è solo la coperta di Linus degli Alberto Asor Rosa che in questa assemblea nessuno conosce. Non è più un insulto il «lei è sia bella che intelligente» frase che dice una donna a Simona Bonafè, altra corifea del renzismo che plasticamente suggerisce «l’arancione» come colore che segna la novità, arancione la sua sciarpa, arancione la maglia, e vogliono tutti la fotografia con la Bonafè, il massimo è Maria Elena Boschi, «ci sarebbe la Picierno…» che si avvicina a Davide Faraone, altro designato per la nuova segreteria.

E questa Fiera di Milano che è la radicalizzazione del Lingotto di Walter Veltroni archivia forse per sempre i circoli fegatosi, il teatro Capranica di Pierluigi Bersani che nonostante i consigli di Vincenzo De Luca, sindaco di Caserta (o sottosegretario?), continua a ostentare il sigaro che era il quid della sinistra, la solita grisaglia uggiosa da travet sindacalista: «Aho! C’è Bersani». Ma il suo sembra uno spaesamento e neppure Francesca Raciti che lo saluta ancora come segretario può nascondere quello che la prosa mitteleuropea e algida di Gianni Cuperlo definisce «il livido» della sinistra.

Chi ha i lividi si intabarra come l’ex ministro Cesare Damiano che ancora «conta di essere utile a Cuperlo» nella corsa per la direzione, il politburo come ultima ridotta per non estinguersi. Nico Stumpo, che Renzi definì “Dracula”, si è messo pure la sciarpa e solo ora, quando tutti i cronisti corrono dietro a Renzi, il caffè che è bevanda amara scioglie lo spleen dei reduci diessini, dei cigiellini: «Qui chiudiamo bottega, qui salta tutto». Stefano Fassina è triste come un Amleto in fila verso il bar.

Nascosta come nella macchia per non farsi catturare dai ribelli Carla Cantone, segretario dello Spi-Cgil che spediva lettere ai pensionati da candidata per la lista Cuperlo, è in trincee lontane e non la si riconoscerebbe se non per i capelli rossi come quelli di Milva. Ecco, la strategia è mimetizzarsi nel giorno del passaggio di consegne e della parata in attesa di cominciare il lungo viaggio dalla sinistra a Renzi. Chi vuole infatti la bella morte? Chi la defezione, chi il congedo?  Qui suona l’aria rinnovarsi o morire. Marina Sereni che da sempre è stata un’imperturbabile emissaria di partito nel salotto di Bruno Vespa riscopre la «piacevolezza di scendere in platea dopo una vita passata in direzione».

Rimarrà in direzione confermata da Renzi. E anche la musica è uno spartito nuovo che può fare a meno del cantautore organico, vale a dire dei De Gregori, i Vecchioni, i Fossati, le Mannoie, improvvisamente scordati come un disco che non suona più e surclassati dal rock terragno dei Negrita, aretini che hanno prestato “La tua canzone” a Renzi nonostante non abbiano votato per lui. Forse si salveranno i “Giovani Turchi” che entrano nella direzione e che «saranno rappresentati da Cuperlo» dice Nicola Latorre che in passato ha custodito la smorfia di Massimo D’Alema oltre ad averla interpretata. Oggi gli viene naturale sorridere, anche lui come tutti a sinistra affrancati dalla serietà come valore, dalla «questione morale» insomma dal ghigno, dalla sofferenza, dall’eloquio sgarbato. «Ci siamo liberati dalla tristezza, abbiamo alzato la testa, abbiamo cambiato il linguaggio, non ci piangiamo più addosso». Certo, il linguaggio che Renzi ha introdotto oggi muta, si raffina, si legittima e ce ne accorgiamo tutti quando sale sul rostro e integra il suo pensiero debole con gli esempi di David Foster Wallace «oggi i pesci non si chiedono cosa sia l’acqua» e che la sua «rottamazione» si rifà al Telemaco di Massimo Recalcati.

Il Renzi che interpreta Renzi oggi lo fa «perché se non stai nella comunicazione non ci sei, purtroppo è così» e anche a lui piacerebbe parlar per franchezza, la parresia di Michael Focault, che è tanta cara anche a Enrico Letta che fa un sogno d’amore del tipo «Vorrei che tu Guido, Lapo e io fossimo uniti…» e che quindi fra lui e Matteo finissero i retroscena addirittura come genere giornalistico. Qui servirebbe tutta l’esperienza di Miguel Gotor che ha studiato i sentieri interrotti di Aldo Moro, le sue lettere dal carcere: «La comunicazione non  sta nella forma, ma bensì nella capacità di far arrivare il messaggio. Renzi è efficace, è fumantino». Chi ricorda? «Per la toscanità forse assomiglia a Fanfani». «L’elogio del ribelle è un artificio retorico che funziona» cassa Luigi Zanda soggiogato anche lui dal sindaco. E dite voi se non è parlar chiaro quello di Gianni Pittella, quarto escluso nella lotta per la segreteria, a cui riservano la sedia accanto a Renzi e che subito dopo spiega a un delegato come «la sua è stata una battaglia giusta, perché adesso il suo è un risultato determinate, il mio sei per cento vale e ci sarà da sedersi con me». Non si siede la Boschi che arrivata solo alle 12 e 50 si nota appunto di più per il ritardo e non ha bisogno di ascoltare la sfida che ha appena lanciato Renzi a Beppe Grillo perché ha già letto tutto su Twitter, la campagna «Beppe firma qui», ovvero la fine del senato elettivo, la nuova legge elettorale, l’equiparazione dello stipendio dei consiglieri regionali a quello dei sindaci dei capoluoghi di provincia, e se non lo fa «il buffone è lui».

Improvvisamente non si trovano consiglieri regionali e solo Matteo Ricchetti, presidente del consiglio regionale dell’Emilia Romagna può vantarsi di «aver fatto drammatica riduzione nel suo consiglio. Perché non si può chiedere cosa ne pensano i consiglieri in questo momento, va fatto e basta». E lui che può, essendo renziano ante litteram, esercita la funzione diconsiglioricritico di Renzi, ma oggi non può che registrare l’ascensione di un Renzi leader, «grandioso», «solido», «pronto per guidare il paese». Ma il paese lo guida ancora Enrico Letta anche se è prodromo di una staffetta che perfino l’abbigliamento suggerisce e che i due sembrano essersi scambiati, in maglioncino Letta, in giacca, questa volta Renzi che ormai ne fa le veci di premier ombra anche se la Bonafè non lo ammette («questo lo dice lei») salvo confermarlo dissimulando «adesso l’agenda è nostra». Ma è loro anche questo partito e ogni volta che si vede Bersani camminare con la mazzetta di giornali sembra di rileggere le poesie di Guido Gozzano «scenda l’oblio, immune da languori».

E’ amarcord Bersani? E ancora la Bonafè: «Questo lo dite voi». Dissimula quindi conferma anche questa volta. La chiama invece «cupezza» il sindaco di Bologna, Virginio Merola, uno che in Emilia aveva già compreso in anticipo il passaggio di deleghe della «ditta» dichiarandosi quindi renziano, e quella di Merola è la stessa capacità di pesce pilota di De Luca che quando cammina è sempre accompagnato a vista come i vicerè con la scolta regia e che solidarizza con l’altro sindaco di Catania Enzo Bianco, anche lui renziano o Marco Zambuto, sindaco di Agrigento, entusiasta quando sente di tagli ai consiglieri regionali: «Io prendo 2990 euro o si adeguano o saranno spazzati via». Sarà per questo che nel partito di sindaci che Renzi ha trascinato fino alla direzione e che mai come oggi stanno surrogando i parlamentari, l’unico gesto contro vento è il rifiuto del sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini che non entra in direzione nonostante l’invito di Renzi. 

E Renzi non a caso non ha scontentato nessuno di coloro che si sono coscritti volontariamente perché cambiare idea in tempo è ribellismo, forse la massima espressione, ribellismo contro le proprie ubbie e convinzioni che solo Cuperlo riesce a palesare quando al discorso kennediano di Renzi replica con «è importante come ci si arriva alla frontiera», ed è sicuramente il miglior presidente che Renzi potesse trovarsi, uno che quando va a mangiare dice: «Perdonatemi cerco dei beni di conforto». E chissà cosa pensa Leonardo Domenici tutto solo, lui che ha occupato il posto che oggi è di Renzi che gli è valso solo una squallida storia di accuse e assoluzioni e non questa gloria. Si addormentano alcuni delegati siciliani «sapete, il viaggio…» che si sentono augurare un «buona strada» dal nuovo segretario. E se fosse ribelle dormire oggi? E chi è più ribelle fra Marianna Madia che siede accanto a Renzi e Veronica Tentori che a ventinove anni siede in parlamento, è civatiana ed è pronta a dimezzarsi lo stipendio. Sono 149 i componenti eletti con Pippo Civati e potrebbero essere ribelli dei ribelli nonostante abbiano incassato l’elezione di Sandra Zampa a vicepresidente che fa coppia con Matteo Ricci.

«Continuerà la dialettica, ma le apertura sui diritti civili ci rassicurano, ci fanno ben sperare» dice prima di andarsene Veronica che passa accanto allo spazio bimbi. E’ ovattato, solo due bambini giocano tra castelli di gomma, tappeti elastici, destinati loro malgrado a essere bambini ribelli. «Ma questo budino va provato» dice ancora Gotor riferendosi a Renzi, lui che a Bersani stava come Alessandro Baricco sta a Renzi. E lo ammettono tutti «sì, la platea è cambiata, i delegati sono giovani, il salto…», lo pensa anche Walter Veltroni l’unico a cui Renzi regala un abbraccio forte, il Napolitano di Renzi, uno a cui sarebbe piaciuta l’estemporaneità di Piergiorgio che annuncia che la prossima settimana si sposa (ribelle?). I giovani cronisti riescono a intervistare Rosy Bindi come fosse un consigliere di paese, poi Livia Turco, alcuni si precipitano da Massimo D’Alema: «Si, è giusto ribellarsi, lo diceva anche Mao». Si siede stordito.

Carmelo Caruso  

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